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Claudio Cajati

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» L'una e l'altra Floridiana
» Case Mie
» Palazzo Guarracino
» La Montagna di Zucchero
» La Zanzara di Francesco
» Los dorados
» Voci antiche da Terra Murata
» Amaro mare mio
» Il messaggio in bottiglia
» La favola del pesce gatto


Voci antiche da Terra Murata



Non so come mi era venuta l’idea balzana. Dopo tanti anni da bagnante banale, da uomo da spiaggia, Chiaia, Chiaiolella, Pozzo Vecchio e così via, m’ero fatto venire lo sghiribizzo di andar per mare. Lavorando di remi, senza conoscere correnti, venti e altri scorbutici segreti marini. E, sotto lo sguardo più che perplesso di Michele, il procidano coraggioso che mi aveva affittato la barca, m’ero avviato con una passata in acqua tanto energica quanto scomposta e ineguale.
Ma c’ero arrivato, alla mia meta privilegiata, fra Punta di Rocilo e Punta dei Monaci. Lì, fra le onde dispettose che sciacquettavano pericolosamente attorno alla mia ridicola barchetta di forestiero del terzo millennio, goffo in ogni piccolo movimento, mi dissi che dovevo calmarmi, che non era il caso di farne una tragedia.
Quando finalmente mi fui assestato nello scafo e tranquillizzato, alzai gli occhi. Ovattato di foschie mattutine, che ne stemperavano la perentoria stereometria, mi venne incontro allo sguardo dolcemente stupito, il castello. Imponente, ancora più imponente dal basso, malandato eppure dignitoso, forse perfino minaccioso con le sue scure ossessive bucature regolari.
Sapevo, naturalmente, che era abbandonato, e da tempo. Perché allora cominciai a domandarmi: chi si affaccerà ora? Nessuno, stupido – mi rispose la mia stessa voce interiore, ironica; anzi irritata. Eppure continuai a fissare le finestre, malinconiche e mute. Come in attesa di qualcosa che pur dovesse succedere.
E’ un sogno. Naturale, no? E’ solo un sogno. Strano e insensato come sono i sogni… - mi bisbigliò, con prontezza saccente, la voce della mia diffidenza vigile. Intanto, avevo immerso meccanicamente una mano nell’acqua freddissima. Mi venne spontaneo bagnarmi la faccia. Lo feci con gesto rapido, ansioso: come se volessi verificare che fosse proprio un sogno; o come se pensassi, così, di risvegliarmi, e suggerire a me stesso che valeva la pena di passare dal lato della realtà. Remare e tornare al porto.
Fu allora che sentii la voce. Grido straziante e al tempo stesso melodioso, lontanissimo in alto, nitido, catturante. Qualcosa come una nenia indomita reduce dal passato. In cui si rinnovava un dolore pudico, un ricordo invano rimosso, una passione fatta di brace inestinguibile.
Tanta fu l’emozione, che mi sbilanciai. E per qualche lunghissimo secondo la barchetta oscillò come un guscio precario.
Poi la voce si ripeté. Ora, più che grido musicato, sembrava proprio canto. Canto di voce di donna, al tempo stesso tenera e dolente, stentorea e sapiente nei registri molteplici, crepitante come un focolare, incalzante come una mitragliatrice, limpida o roca di volta in volta.
Ne fui attanagliato. Mi sembrò che le onde, la barca, lo stesso mio corpo vibrassero, permeati e scossi dalla potenza di un fiato che pareva essersi nutrito di tutti i venti dell’isola.
E in effetti i venti vennero richiamati. Il grecale, prima di tutti. Pure lui indotto a partecipare, commosso da tanto dolce potenza. In pochi istanti si levò con forza, teso e animoso. Con i suoi fruscii ostinati mi lasciava intendere solo a brani la voce che scendeva dal castello:


Chi tuzzuléia, chi tuzzuléia a chest’ora?
Riciteme chi siete voi,
riciteme chi siete voi ca state llòco?
. . .
alla mia corte tu,
alla mia corte tu mo haie ‘a venire.
. . .
Tiene chist’uòcchie e nun,
tiene chist’uòcchie e nun può cchiù vedere.
. . .
Io penzo ‘o tempo ancora
Ch’ha da turna’.
Notte doppo notte ‘a vita,
chiano, chiano se ne va.


A questo punto, come se qualcuno avesse girato la manopola del volume di una vecchia radio, lentamente la voce si andò affievolendo. Ed il brusio ventoso, teso e freddo, prese il sopravvento. Rimase la sua voce querula, intermittente, instancabile.
Ma ecco che, già dopo alcuni secondi, dapprima percepibile solo negli intervalli di quiete, un’altra voce umana emergeva. Maschile però.
Era questa una voce rozza, bruta o abbrutita, cupa e introversa come se fosse stata a lungo imprigionata nel petto. Forse voce di un uomo a sua volta costretto alla prigione; forse addirittura di ergastolano. Voce adusa più a mormorare, borbottare, bofonchiare che a chiamare, affermare, comunicare. La sentivo distinta, come se un tecnico dell’audio l’avesse dotata di microfono per me che restavo, piccolo nella mia piccola barca, a sentirmi piovere addosso questo vocione sgraziatamente maschio, eppure con un suo dolce tono dolente, che diceva:
“Io ‘a notte me sceto, Terè, e penzo o corpo tuoio e nun me posso cchiù addurmì. E me vaso ‘stu cuscino pensanno ‘a vocca toia. E m’avoto int’o lietto, solo senz’e te. Rint’a ‘sta stanza scura, ca solo tu ce puorte luce, luce mia, Terè... Ma quanno s’arapono n’ata vota ‘sti sbarre, quanno s’arapono n’ata vota ’sti braccia...?”
In un gemito sensuale e doloroso, anche questa voce poco a poco si stemperava. Quasi si fosse ritirata, con sommessa rassegnazione, in fondo ad una cella.
Costante ed ossessivo, riprendeva il ritmo del vento. Raffiche rabbiose e indisponenti, fino a diventare assordanti. Non tanto, però, che non le vincesse una terza voce. Anche questa di uomo, anche questa lontana eppure forte.
Era voce solenne, aulica, regale: lenta nella pronuncia calma e sillabata di chi sa di parlare in nome di un potere incontrastato, che pretende che i suoi ordini siano precisamente eseguiti, le sue leggi religiosamente rispettate.
Stavo laggiù, fra le onde che si increspavano, ad ondeggiare ridicolamente nel mio minuscolo guscio di legno, ma immaginai di trovarmi piuttosto in un salone, sfavillante di lusso e di decoro, mentre ascoltavo la voce imperiosa che diceva:
“Con detta novella ordinanza, per volere di Sua Maestà Graziosissima Carlo III di Borbone, decretasi divieto assoluto di caccia a’ fagiani, in quale che si voglia parte, da levante a ponente, da settentrione a meridione, dell’isola tutta di Procita, con quale che si voglia instrumento di caccia. A niuno è conceduta deroga da sudetto divieto, e in forza di esso medesmo saranno li trasgressori, insiememente a li gatti, attesa loro notoria golosità, severamente puniti siccome è d’uso...”
Doveva essere successo più di due secoli fa. Ma ritornava presente in quella voce arrogante e minacciosa. Rabbrividii per la triste sorte dei trasgressori, gli umani e i felini.
Ma non ebbi tempo di abbandonarmi alla commozione dei democratici e dei non-violenti: le voci antiche da Terra Murata si rinnovavano, incalzavano.
Ora mi piovve addosso, inopinato e impressionante, un grido doloroso e allarmato. Si dilatava nell’aria sbigottita, come a conquistarla e soggiogarla. Si ripeté drammaticamente. Più potente, più acuto, più lacerante. Un grido lanciato alto, a pieni polmoni, di chi libera in pochi istanti un’angoscia covata in lunghe attese.
La voce era femminile. La donna non la vedevo, perché anche questa volta era solo una voce a venirmi incontro. Ma mi fece pensare ad una matriarca energica, poderosa, risoluta.
Gridava a volume così alto, con potenza tanto dirompente, che all’inizio non riuscii a decifrare che diceva “ I turc! I turc! ”.
Poi, con tono premuroso e a volume più basso, come rivolgendosi a qualcuno che le stava vicino, aggiunse: “Fuje, Michè, fuje... annascùnnete. Fuje, ammore mio!”
Mi ricordai dei barbareschi che infestavano questi mari e assalivano Procida. Non ragionai. Meccanicamente, in un tempo senza tempo, perlustrai con una fulminea occhiata panoramica tutta l’immensa distesa marina attorno a me.
No, credetemi, certo che no: sono troppo razionale per emozionarmi fino al punto di credere di essere stato proiettato in un’altra epoca! Però le mie braccia e le mie mani non dovevano essere ugualmente razionali, visto che si precipitarono a darci sotto con i remi e, facendoli roteare con forza furibonda, con una passata in acqua ancora più scomposta e ineguale che all’andata, mi riportarono in tempo record al porto. Quando ancora mancava qualche buon minuto all’ora pattuita per l’affitto.
“Tutt’a posto, dottò?” mi fece il barcaiolo. Mentre osservava attentamente il sudore che mi gocciolava dalla fronte, aveva un sorrisetto enigmatico sotto i baffi. Lui non lo sapeva, ma io sì: per la prima volta, in questa frase fatta, il punto interrogativo aveva un senso. E la risposta secca, che però mi rimase in gola, era, naturalmente: No!

FINE

 
Visitatori: Oggi: Ultimo aggiornamento 01.07.11