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Voci
antiche da Terra Murata
Non so come mi era venuta l’idea balzana. Dopo
tanti anni da bagnante banale, da uomo da
spiaggia, Chiaia, Chiaiolella, Pozzo Vecchio e
così via, m’ero fatto venire lo sghiribizzo di
andar per mare. Lavorando di remi, senza
conoscere correnti, venti e altri scorbutici
segreti marini. E, sotto lo sguardo più che
perplesso di Michele, il procidano coraggioso
che mi aveva affittato la barca, m’ero avviato
con una passata in acqua tanto energica quanto
scomposta e ineguale.
Ma c’ero arrivato, alla mia meta privilegiata,
fra Punta di Rocilo e Punta dei Monaci. Lì, fra
le onde dispettose che sciacquettavano
pericolosamente attorno alla mia ridicola
barchetta di forestiero del terzo millennio,
goffo in ogni piccolo movimento, mi dissi che
dovevo calmarmi, che non era il caso di farne
una tragedia.
Quando finalmente mi fui assestato nello scafo e
tranquillizzato, alzai gli occhi. Ovattato di
foschie mattutine, che ne stemperavano la
perentoria stereometria, mi venne incontro allo
sguardo dolcemente stupito, il castello.
Imponente, ancora più imponente dal basso,
malandato eppure dignitoso, forse perfino
minaccioso con le sue scure ossessive bucature
regolari.
Sapevo, naturalmente, che era abbandonato, e da
tempo. Perché allora cominciai a domandarmi: chi
si affaccerà ora? Nessuno, stupido – mi rispose
la mia stessa voce interiore, ironica; anzi
irritata. Eppure continuai a fissare le
finestre, malinconiche e mute. Come in attesa di
qualcosa che pur dovesse succedere.
E’ un sogno. Naturale, no? E’ solo un sogno.
Strano e insensato come sono i sogni… - mi
bisbigliò, con prontezza saccente, la voce della
mia diffidenza vigile. Intanto, avevo immerso
meccanicamente una mano nell’acqua freddissima.
Mi venne spontaneo bagnarmi la faccia. Lo feci
con gesto rapido, ansioso: come se volessi
verificare che fosse proprio un sogno; o come se
pensassi, così, di risvegliarmi, e suggerire a
me stesso che valeva la pena di passare dal lato
della realtà. Remare e tornare al porto.
Fu allora che sentii la voce. Grido straziante e
al tempo stesso melodioso, lontanissimo in alto,
nitido, catturante. Qualcosa come una nenia
indomita reduce dal passato. In cui si rinnovava
un dolore pudico, un ricordo invano rimosso, una
passione fatta di brace inestinguibile.
Tanta fu l’emozione, che mi sbilanciai. E per
qualche lunghissimo secondo la barchetta oscillò
come un guscio precario.
Poi la voce si ripeté. Ora, più che grido
musicato, sembrava proprio canto. Canto di voce
di donna, al tempo stesso tenera e dolente,
stentorea e sapiente nei registri molteplici,
crepitante come un focolare, incalzante come una
mitragliatrice, limpida o roca di volta in
volta.
Ne fui attanagliato. Mi sembrò che le onde, la
barca, lo stesso mio corpo vibrassero, permeati
e scossi dalla potenza di un fiato che pareva
essersi nutrito di tutti i venti dell’isola.
E in effetti i venti vennero richiamati. Il
grecale, prima di tutti. Pure lui indotto a
partecipare, commosso da tanto dolce potenza. In
pochi istanti si levò con forza, teso e animoso.
Con i suoi fruscii ostinati mi lasciava
intendere solo a brani la voce che scendeva dal
castello:
Chi tuzzuléia, chi tuzzuléia a chest’ora?
Riciteme chi siete voi,
riciteme chi siete voi ca state llòco?
. . .
alla mia corte tu,
alla mia corte tu mo haie ‘a venire.
. . .
Tiene chist’uòcchie e nun,
tiene chist’uòcchie e nun può cchiù vedere.
. . .
Io penzo ‘o tempo ancora
Ch’ha da turna’.
Notte doppo notte ‘a vita,
chiano, chiano se ne va.
A questo punto, come se qualcuno avesse girato
la manopola del volume di una vecchia radio,
lentamente la voce si andò affievolendo. Ed il
brusio ventoso, teso e freddo, prese il
sopravvento. Rimase la sua voce querula,
intermittente, instancabile.
Ma ecco che, già dopo alcuni secondi, dapprima
percepibile solo negli intervalli di quiete,
un’altra voce umana emergeva. Maschile però.
Era questa una voce rozza, bruta o abbrutita,
cupa e introversa come se fosse stata a lungo
imprigionata nel petto. Forse voce di un uomo a
sua volta costretto alla prigione; forse
addirittura di ergastolano. Voce adusa più a
mormorare, borbottare, bofonchiare che a
chiamare, affermare, comunicare. La sentivo
distinta, come se un tecnico dell’audio l’avesse
dotata di microfono per me che restavo, piccolo
nella mia piccola barca, a sentirmi piovere
addosso questo vocione sgraziatamente maschio,
eppure con un suo dolce tono dolente, che
diceva:
“Io ‘a notte me sceto, Terè, e penzo o corpo
tuoio e nun me posso cchiù addurmì. E me vaso
‘stu cuscino pensanno ‘a vocca toia. E m’avoto
int’o lietto, solo senz’e te. Rint’a ‘sta stanza
scura, ca solo tu ce puorte luce, luce mia, Terè...
Ma quanno s’arapono n’ata vota ‘sti sbarre,
quanno s’arapono n’ata vota ’sti braccia...?”
In un gemito sensuale e doloroso, anche questa
voce poco a poco si stemperava. Quasi si fosse
ritirata, con sommessa rassegnazione, in fondo
ad una cella.
Costante ed ossessivo, riprendeva il ritmo del
vento. Raffiche rabbiose e indisponenti, fino a
diventare assordanti. Non tanto, però, che non
le vincesse una terza voce. Anche questa di
uomo, anche questa lontana eppure forte.
Era voce solenne, aulica, regale: lenta nella
pronuncia calma e sillabata di chi sa di parlare
in nome di un potere incontrastato, che pretende
che i suoi ordini siano precisamente eseguiti,
le sue leggi religiosamente rispettate.
Stavo laggiù, fra le onde che si increspavano,
ad ondeggiare ridicolamente nel mio minuscolo
guscio di legno, ma immaginai di trovarmi
piuttosto in un salone, sfavillante di lusso e
di decoro, mentre ascoltavo la voce imperiosa
che diceva:
“Con detta novella ordinanza, per volere di Sua
Maestà Graziosissima Carlo III di Borbone,
decretasi divieto assoluto di caccia a’ fagiani,
in quale che si voglia parte, da levante a
ponente, da settentrione a meridione, dell’isola
tutta di Procita, con quale che si voglia
instrumento di caccia. A niuno è conceduta
deroga da sudetto divieto, e in forza di esso
medesmo saranno li trasgressori, insiememente a
li gatti, attesa loro notoria golosità,
severamente puniti siccome è d’uso...”
Doveva essere successo più di due secoli fa. Ma
ritornava presente in quella voce arrogante e
minacciosa. Rabbrividii per la triste sorte dei
trasgressori, gli umani e i felini.
Ma non ebbi tempo di abbandonarmi alla
commozione dei democratici e dei non-violenti:
le voci antiche da Terra Murata si rinnovavano,
incalzavano.
Ora mi piovve addosso, inopinato e
impressionante, un grido doloroso e allarmato.
Si dilatava nell’aria sbigottita, come a
conquistarla e soggiogarla. Si ripeté
drammaticamente. Più potente, più acuto, più
lacerante. Un grido lanciato alto, a pieni
polmoni, di chi libera in pochi istanti
un’angoscia covata in lunghe attese.
La voce era femminile. La donna non la vedevo,
perché anche questa volta era solo una voce a
venirmi incontro. Ma mi fece pensare ad una
matriarca energica, poderosa, risoluta.
Gridava a volume così alto, con potenza tanto
dirompente, che all’inizio non riuscii a
decifrare che diceva “ I turc! I turc! ”.
Poi, con tono premuroso e a volume più basso,
come rivolgendosi a qualcuno che le stava
vicino, aggiunse: “Fuje, Michè, fuje...
annascùnnete. Fuje, ammore mio!”
Mi ricordai dei barbareschi che infestavano
questi mari e assalivano Procida. Non ragionai.
Meccanicamente, in un tempo senza tempo,
perlustrai con una fulminea occhiata panoramica
tutta l’immensa distesa marina attorno a me.
No, credetemi, certo che no: sono troppo
razionale per emozionarmi fino al punto di
credere di essere stato proiettato in un’altra
epoca! Però le mie braccia e le mie mani non
dovevano essere ugualmente razionali, visto che
si precipitarono a darci sotto con i remi e,
facendoli roteare con forza furibonda, con una
passata in acqua ancora più scomposta e ineguale
che all’andata, mi riportarono in tempo record
al porto. Quando ancora mancava qualche buon
minuto all’ora pattuita per l’affitto.
“Tutt’a posto, dottò?” mi fece il barcaiolo.
Mentre osservava attentamente il sudore che mi
gocciolava dalla fronte, aveva un sorrisetto
enigmatico sotto i baffi. Lui non lo sapeva, ma
io sì: per la prima volta, in questa frase
fatta, il punto interrogativo aveva un senso. E
la risposta secca, che però mi rimase in gola,
era, naturalmente: No!
FINE
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