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Claudio Cajati

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» L'una e l'altra Floridiana
» Case Mie
» Palazzo Guarracino
» La Montagna di Zucchero
» La Zanzara di Francesco
» Los dorados
» Voci antiche da Terra Murata
» Amaro mare mio
» Il messaggio in bottiglia
» La favola del pesce gatto


L'una e l'altra Floridiana


(pubblicato con il titolo: La vasca con i pesci rossi - La Città, 17.3.1996)


Quanto tempo era che ci mancava? Giuseppe si fermò poco oltre il cancello solenne e al tempo stesso elegante. Come se dovesse concentrarsi per ricordare. Forse soltanto perché aveva paura di addentrarsi subito. L’ultima volta che ci sono venuto ero bambino, dovevo avere sette otto anni. E d’un tratto, mentre si avviava verso l’interno a passi corti e quasi riluttanti, gli sembrò assurdo che in tanti anni non avesse sentito il desiderio di tornarci. Solo perché la famiglia era andata ad abitare lontano, quasi in periferia. Ed ora che stava per sposarsi con Luisa, sarebbe andato a vivere perfino più lontano.
Stamattina era uscito di slancio, nel tepore primaverile di questa domenica tersa celeste amica e complice. Con uno slancio che sua madre aveva sicuramente attribuito al desiderio di incontrare al più presto Luisa. Ed invece era venuto qui. Ora che stava per entrare nella nuova dimensione del marito, si era ricordato della Floridiana di quand’era bambino: apparentemente senza limiti, o meglio, circondata da muri di tufo altissimi, appena visibili fra gli alberi, dietro i quali non aveva mai pensato ci potessero essere case, uguali alle altre case della città. Si era ricordato dei cespugli folti dietro i quali si rifugiava eccitatissimo perché un tronco pur largo non poteva nasconderlo ai compagni di gioco. Ed era bello, perché pericoloso, correre inseguito o inseguendo sul battuto gibboso, con dossi e avvallamenti, infilando ogni tanto un’improvvisa scorciatoia dai gradini irregolari, e magari cadere davvero e sbucciarsi anche un ginocchio. Ma si continuava a correre: il dolore non lo si sentiva o si faceva finta di non sentirlo, se no che figura con gli altri?
Intanto era penetrato già di un centinaio di metri lungo il viale principale, con un passo leggero ed agevole che era il passo di una discesa che inclinava a destra, dove la strada si biforcava. Ma era anche il passo che accelerava insensibilmente perché attratto da qualcosa. Qualcosa che non sapeva se fosse sentore, o intuizione, o semplicemente ricordo. Non ricordava cosa c’era alla fine, ma sapeva, chissà come, che era importante, emozionante, addirittura commovente.
Aggirò il Museo Duca di Martina seguendo la scaletta curva in cotto che, attraverso un breve vialetto ombroso, sfociava con effetto scenografico nel lungo scalone monumentale. Il suo sguardo era attirato, anzi risucchiato dalla rotonda a valle ma, sentendo che lì era addensata l’emozione, intensa fino a poter essere perfino dolorosa, si girò di scatto dalla parte opposta, dove la serena sagoma classicheggiante del museo offriva l’indicazione dell’orario con l’ombra netta, sotto il sole a picco, di una meridiana.
Allora scese, quasi a precipizio. E gli sembrò che in quei passi ci fosse ancora qualcosa dell’andatura temeraria eppure pavida del bambino invano richiamato dalla voce materna. Ecco, era di fronte alla vasca, la vasca coi pesci rossi. Lui, allora, si fermava lì incantato a vederli spalancare le boccucce avide di molliche: dov’erano adesso, nel pantano torbido di fanghiglia, punteggiato di lattine, di buste di plastica, di bottigliette, che ristagnavano più che galleggiare?
Si girò deluso, amareggiato, disorientato. E vide il parapetto. Il parapetto in fondo, quello cui si accedeva, superata la vasca, dopo aver salito pochi gradini. Il parapetto in fondo che era adesso (mentre vi si affacciava e subito perdeva l’incanto della concentrazione, abbagliato dal panorama a centottanta gradi) nient’altro che una piccola barriera di cemento, contro cui si poggiavano corpi di adulti, protesi con lo sguardo oltre, verso l’azzurro increspato di filamenti bianchi, sotto l’azzurro compatto e immoto.
Un piccola barriera scavalcata dagli occhi, strumento insidioso della distrazione: ed invece quand’era piccolo si ergeva alta, massiccia, ultima e ultimativa come se fosse il bordo verso il nulla, o verso qualsiasi mondo. Un universo di mondi tutto in pugno alla sua fantasia. Vide una mamma che sollevava il suo piccolo per fargli ammirare la vista. Pensò che anche quel bambino stava perdendo, e troppo presto, il mistero della visione oltre la vista negata, la dimensione magica dell’incommensurabile.
Si allontanò in fretta, risalì verso il Museo, guadagnò il viale principale, raggiunse l’ingresso. Mentre usciva pensò improvvisamente a Luisa e si domandò - gli sembrò un quesito stravagante - se era un alto muro o un basso parapetto.


FINE


 
Visitatori: Oggi: Ultimo aggiornamento 01.07.11