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L'una e
l'altra Floridiana
(pubblicato con il titolo: La vasca con i pesci
rossi - La Città, 17.3.1996)
Quanto tempo era che ci mancava? Giuseppe si
fermò poco oltre il cancello solenne e al tempo
stesso elegante. Come se dovesse concentrarsi
per ricordare. Forse soltanto perché aveva paura
di addentrarsi subito. L’ultima volta che ci
sono venuto ero bambino, dovevo avere sette otto
anni. E d’un tratto, mentre si avviava verso
l’interno a passi corti e quasi riluttanti, gli
sembrò assurdo che in tanti anni non avesse
sentito il desiderio di tornarci. Solo perché la
famiglia era andata ad abitare lontano, quasi in
periferia. Ed ora che stava per sposarsi con
Luisa, sarebbe andato a vivere perfino più
lontano.
Stamattina era uscito di slancio, nel tepore
primaverile di questa domenica tersa celeste
amica e complice. Con uno slancio che sua madre
aveva sicuramente attribuito al desiderio di
incontrare al più presto Luisa. Ed invece era
venuto qui. Ora che stava per entrare nella
nuova dimensione del marito, si era ricordato
della Floridiana di quand’era bambino:
apparentemente senza limiti, o meglio,
circondata da muri di tufo altissimi, appena
visibili fra gli alberi, dietro i quali non
aveva mai pensato ci potessero essere case,
uguali alle altre case della città. Si era
ricordato dei cespugli folti dietro i quali si
rifugiava eccitatissimo perché un tronco pur
largo non poteva nasconderlo ai compagni di
gioco. Ed era bello, perché pericoloso, correre
inseguito o inseguendo sul battuto gibboso, con
dossi e avvallamenti, infilando ogni tanto
un’improvvisa scorciatoia dai gradini
irregolari, e magari cadere davvero e sbucciarsi
anche un ginocchio. Ma si continuava a correre:
il dolore non lo si sentiva o si faceva finta di
non sentirlo, se no che figura con gli altri?
Intanto era penetrato già di un centinaio di
metri lungo il viale principale, con un passo
leggero ed agevole che era il passo di una
discesa che inclinava a destra, dove la strada
si biforcava. Ma era anche il passo che
accelerava insensibilmente perché attratto da
qualcosa. Qualcosa che non sapeva se fosse
sentore, o intuizione, o semplicemente ricordo.
Non ricordava cosa c’era alla fine, ma sapeva,
chissà come, che era importante, emozionante,
addirittura commovente.
Aggirò il Museo Duca di Martina seguendo la
scaletta curva in cotto che, attraverso un breve
vialetto ombroso, sfociava con effetto
scenografico nel lungo scalone monumentale. Il
suo sguardo era attirato, anzi risucchiato dalla
rotonda a valle ma, sentendo che lì era
addensata l’emozione, intensa fino a poter
essere perfino dolorosa, si girò di scatto dalla
parte opposta, dove la serena sagoma
classicheggiante del museo offriva l’indicazione
dell’orario con l’ombra netta, sotto il sole a
picco, di una meridiana.
Allora scese, quasi a precipizio. E gli sembrò
che in quei passi ci fosse ancora qualcosa
dell’andatura temeraria eppure pavida del
bambino invano richiamato dalla voce materna.
Ecco, era di fronte alla vasca, la vasca coi
pesci rossi. Lui, allora, si fermava lì
incantato a vederli spalancare le boccucce avide
di molliche: dov’erano adesso, nel pantano
torbido di fanghiglia, punteggiato di lattine,
di buste di plastica, di bottigliette, che
ristagnavano più che galleggiare?
Si girò deluso, amareggiato, disorientato. E
vide il parapetto. Il parapetto in fondo, quello
cui si accedeva, superata la vasca, dopo aver
salito pochi gradini. Il parapetto in fondo che
era adesso (mentre vi si affacciava e subito
perdeva l’incanto della concentrazione,
abbagliato dal panorama a centottanta gradi)
nient’altro che una piccola barriera di cemento,
contro cui si poggiavano corpi di adulti,
protesi con lo sguardo oltre, verso l’azzurro
increspato di filamenti bianchi, sotto l’azzurro
compatto e immoto.
Un piccola barriera scavalcata dagli occhi,
strumento insidioso della distrazione: ed invece
quand’era piccolo si ergeva alta, massiccia,
ultima e ultimativa come se fosse il bordo verso
il nulla, o verso qualsiasi mondo. Un universo
di mondi tutto in pugno alla sua fantasia. Vide
una mamma che sollevava il suo piccolo per
fargli ammirare la vista. Pensò che anche quel
bambino stava perdendo, e troppo presto, il
mistero della visione oltre la vista negata, la
dimensione magica dell’incommensurabile.
Si allontanò in fretta, risalì verso il Museo,
guadagnò il viale principale, raggiunse
l’ingresso. Mentre usciva pensò improvvisamente
a Luisa e si domandò - gli sembrò un quesito
stravagante - se era un alto muro o un basso
parapetto.
FINE
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