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La favola del pesce gatto |
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Los
dorados
( per il concorso “Il mito del viaggio” )
Molto avevo studiato prima di partire. Letto
praticamente tutto sull’Eldorado: cronache,
leggende, storie romanzate, studi antropologici,
tesi di laurea, saggi di insigni accademici.
Visto anche il film di Saura, ovviamente. Alla
fine, più confuso di prima. Eppure più sicuro.
L’Eldorado c’era. A dispetto di questa nostra
civiltà invasiva che tutto crede di esplorare
scoprire documentare trasmettere. Nascosto in un
doppio fondo dell’America Latina, l’Eldorado mi
aspettava. Aspettava proprio me: per premiare la
mia fede incrollabile, la mia tenacia sublime.
E così ero partito. Non turista, non
giornalista, non studioso. Semplicemente,
destinato ad un incredibile successo.
Immerso nella febbre della ricerca, mi toccò
perdere la misura del tempo. Anni che ero
partito, ma quanti? Venezuela, Colombia,
Ecuador, Bolivia, Perù, Cile, Uruguay, Paraguay,
Brasile, tutti li esplorai, inutilmente. Solo mi
mancava l’Argentina. Non so bene perché l’avevo
lasciata per ultima. Forse perché abbagliato dal
mito del gaucho, da Santos Vega e da Estanislao
del Campo: era il regno della pampa, come
avrebbe potuto allignarci anche l’Eldorado?
Davanti mi si distese, ostile e muto, lo
sterminato territorio argentino. Non sapevo da
dove cominciare, quale poteva essere la breccia
nella muraglia, o la porta del labirinto, verso
la mitica terra dell’oro. Attraverso una crepa
profonda, apparentemente insignificante, nelle
aride Ande settentrionali, o in quelle nevose
del sud? Nel fondo più fondo di uno dei grandi
laghi - il Mar Chiquita, il Nahuel Huapi, il
Buenos Aires o il Cothué Huapi? Nelle fertili
distese di Entre Ríos, o ancora nelle località
costiere del Mar del Plata, o addirittura sotto
il parco nazionale di Iguazú?
Indifeso nella mia ottusa disorientata
ignoranza, niente sapevo. Però potevo intuire
che l’Eldoraro era vicinissimo, occultato solo
da un diaframma anonimo, astuto, che nulla
lasciava sospettare.
Infine mi attirò a sé la pampa lenta e caliente.
Mi risucchiò con tutta la malandata jeep presa
in affitto. Mi addentrai, mi addentrai, mi
addentrai. Il motore ribolliva, esausto, come il
mio cervello ostinato.
Fu allora che il messaggio, ingiustificato,
inspiegabile, eppure perentorio, mi pervase: non
avrei incontrato un luogo di nome Eldorado, né
l’hombre dorado della leggenda del cacicco.
Avrei incontrato los dorados. Un esercito di
uomini e donne che tutti credevano ormai morti.
E invece, vittime testarde nel voler sempre
vivere, serene ormai oltre ogni orrore patito,
mai rassegnatesi a sparire. Consegnate, dopo il
loro estenuante martirio, all’eternità dell’oro.
Supremo riscatto, silenziosa monumentale
rivincita.
Continuai ad auscultare i possibili sintomi
della vasta terra taciturna. Oltre gli ovvi
muggiti, oltre i richiami e le frasi brevi dei
gauchos.
Finalmente, un giorno, sotto lo spietato sole
pampero, lo scoppiettio disordinato della jeep
si impastò con un tenace rumore in sottofondo.
Come un brusio di creature avide di parole.
Vinto dalla curiosità, spensi il motore. E potei
sentire le loro voci. Sommesse, confuse in un
bisbigliare concitato, vivacissimo. Coro
prepotente e ostinato. Spontaneamente mi guardai
intorno, anche se era irragionevole immaginare
qualsivoglia presenza dietro i radi cespugli e
ombú. Quelle voci, voci di migliaia e migliaia
di esseri umani, erano soffocate, filtrate.
Quasi fossero addirittura ricoperte.
Non li vedevo. Non li vedevo ancora. Ma li
potevo indovinare ormai prossimi. Un esercito
omogeneo ed imponente. Da un momento all’altro
mi si sarebbero manifestati, spuntando chissà da
dove, chissà come.
Fu allora che la terra tremò, la jeep sobbalzò.
E con il crepitio di cento fessure la pampa si
aprì. Qui e qui e qui... Dappertutto. Poi le
crepe si gonfiarono come se qualcosa o qualcuno
premesse con forza immane dal basso. E dalle
cime delle gobbe spaccate spuntarono tondi
luccicori di puro giallo. Statue vive dorate.
Con i segni del loro sacrificio, violate,
lacere, patite. Ma trionfanti nell’aria che
tornavano a respirare.
Nello splendore incontaminato incorruttibile
dell’oro, stavano erette, dignitose e solenni.
Per tutta la pampa sconfinata, fin dove si
indovinava l’orizzonte, davanti a me fitte e
vigili, di nuovo immemori, alle spalle le
violenze le torture le umiliazioni. Sorridenti
nel loro abbagliante sorriso enigmatico.
Lacrime tiepide scendevano lente sulle loro
fredde guance metalliche, così come sulle mie.
FINE
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