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Claudio Cajati

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» L'una e l'altra Floridiana
» Case Mie
» Palazzo Guarracino
» La Montagna di Zucchero
» La Zanzara di Francesco
» Los dorados
» Voci antiche da Terra Murata
» Amaro mare mio
» Il messaggio in bottiglia
» La favola del pesce gatto


Los dorados

( per il concorso “Il mito del viaggio” )



Molto avevo studiato prima di partire. Letto praticamente tutto sull’Eldorado: cronache, leggende, storie romanzate, studi antropologici, tesi di laurea, saggi di insigni accademici. Visto anche il film di Saura, ovviamente. Alla fine, più confuso di prima. Eppure più sicuro. L’Eldorado c’era. A dispetto di questa nostra civiltà invasiva che tutto crede di esplorare scoprire documentare trasmettere. Nascosto in un doppio fondo dell’America Latina, l’Eldorado mi aspettava. Aspettava proprio me: per premiare la mia fede incrollabile, la mia tenacia sublime.
E così ero partito. Non turista, non giornalista, non studioso. Semplicemente, destinato ad un incredibile successo.
Immerso nella febbre della ricerca, mi toccò perdere la misura del tempo. Anni che ero partito, ma quanti? Venezuela, Colombia, Ecuador, Bolivia, Perù, Cile, Uruguay, Paraguay, Brasile, tutti li esplorai, inutilmente. Solo mi mancava l’Argentina. Non so bene perché l’avevo lasciata per ultima. Forse perché abbagliato dal mito del gaucho, da Santos Vega e da Estanislao del Campo: era il regno della pampa, come avrebbe potuto allignarci anche l’Eldorado?
Davanti mi si distese, ostile e muto, lo sterminato territorio argentino. Non sapevo da dove cominciare, quale poteva essere la breccia nella muraglia, o la porta del labirinto, verso la mitica terra dell’oro. Attraverso una crepa profonda, apparentemente insignificante, nelle aride Ande settentrionali, o in quelle nevose del sud? Nel fondo più fondo di uno dei grandi laghi - il Mar Chiquita, il Nahuel Huapi, il Buenos Aires o il Cothué Huapi? Nelle fertili distese di Entre Ríos, o ancora nelle località costiere del Mar del Plata, o addirittura sotto il parco nazionale di Iguazú?
Indifeso nella mia ottusa disorientata ignoranza, niente sapevo. Però potevo intuire che l’Eldoraro era vicinissimo, occultato solo da un diaframma anonimo, astuto, che nulla lasciava sospettare.
Infine mi attirò a sé la pampa lenta e caliente. Mi risucchiò con tutta la malandata jeep presa in affitto. Mi addentrai, mi addentrai, mi addentrai. Il motore ribolliva, esausto, come il mio cervello ostinato.
Fu allora che il messaggio, ingiustificato, inspiegabile, eppure perentorio, mi pervase: non avrei incontrato un luogo di nome Eldorado, né l’hombre dorado della leggenda del cacicco. Avrei incontrato los dorados. Un esercito di uomini e donne che tutti credevano ormai morti. E invece, vittime testarde nel voler sempre vivere, serene ormai oltre ogni orrore patito, mai rassegnatesi a sparire. Consegnate, dopo il loro estenuante martirio, all’eternità dell’oro. Supremo riscatto, silenziosa monumentale rivincita.
Continuai ad auscultare i possibili sintomi della vasta terra taciturna. Oltre gli ovvi muggiti, oltre i richiami e le frasi brevi dei gauchos.
Finalmente, un giorno, sotto lo spietato sole pampero, lo scoppiettio disordinato della jeep si impastò con un tenace rumore in sottofondo. Come un brusio di creature avide di parole. Vinto dalla curiosità, spensi il motore. E potei sentire le loro voci. Sommesse, confuse in un bisbigliare concitato, vivacissimo. Coro prepotente e ostinato. Spontaneamente mi guardai intorno, anche se era irragionevole immaginare qualsivoglia presenza dietro i radi cespugli e ombú. Quelle voci, voci di migliaia e migliaia di esseri umani, erano soffocate, filtrate. Quasi fossero addirittura ricoperte.
Non li vedevo. Non li vedevo ancora. Ma li potevo indovinare ormai prossimi. Un esercito omogeneo ed imponente. Da un momento all’altro mi si sarebbero manifestati, spuntando chissà da dove, chissà come.
Fu allora che la terra tremò, la jeep sobbalzò. E con il crepitio di cento fessure la pampa si aprì. Qui e qui e qui... Dappertutto. Poi le crepe si gonfiarono come se qualcosa o qualcuno premesse con forza immane dal basso. E dalle cime delle gobbe spaccate spuntarono tondi luccicori di puro giallo. Statue vive dorate. Con i segni del loro sacrificio, violate, lacere, patite. Ma trionfanti nell’aria che tornavano a respirare.
Nello splendore incontaminato incorruttibile dell’oro, stavano erette, dignitose e solenni. Per tutta la pampa sconfinata, fin dove si indovinava l’orizzonte, davanti a me fitte e vigili, di nuovo immemori, alle spalle le violenze le torture le umiliazioni. Sorridenti nel loro abbagliante sorriso enigmatico.
Lacrime tiepide scendevano lente sulle loro fredde guance metalliche, così come sulle mie.


FINE

 
Visitatori: Oggi: Ultimo aggiornamento 01.07.11