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La Zanzara
di Francesco
Il fiume era ormai vicino, a pochi passi sotto
il dirupo. Come ad ogni tramonto, giunto lì, il
giovane uomo dai glauchi occhi sinceri si
sarebbe tolto finalmente il pesante saio
puzzolente. E lei avrebbe avuto un intero corpo
a disposizione: non più solo la faccia bruciata
dal sole, le mani dai gesti lenti e amorosi, i
piedi teneri costretti in rozzi sandali. Avrebbe
potuto ancora una volta scegliere. Senza fretta,
tenendo a bada la smania di affondare al più
presto il minuscolo fioretto. Ripetere la
minuziosa trasvolata, sullo sterminato
territorio di carne rosea, per propiziare la
succhiatina più gustosa.
E volava, leggera di eccitazione e di voglia,
sopra la testa liscia dell'uomo. Altri
giovanotti, intorno a lui a corona, assieme
saltellavano allegri e sicuri, indifferenti alle
insidie del dirupo scosceso. Presto si sarebbero
liberati del peso e del fetore della veste. Ma
lei volava solo sopra di lui. Il suo preferito.
Il suo Francesco.
Francesco si tolse il saio con un gesto deciso,
eppure gentile. Come se anche il saio che si
apprestava a lavare nel fiumicello fosse uno dei
suoi tanti fratelli. E lei, confusa da tutto
quel bendiddio, stette qualche secondo
irresoluta. Sospesa nel buio che scendeva
complice, a contemplare la distesa morbida che
profumava di innocenza. Il sangue dei giusti è
un'altra cosa - pensò - di una dolcezza che non
la puoi raccontare, che chi non l'ha succhiato
non può immaginare. E, assorta per un istante in
questa riflessione, assaporò mentalmente la
bella impresa che ancora una volta la attendeva.
I giovani frati, ignudi tutti e senza vergogna
alcuna, stavano inginocchiati a bordo del
fiumicello. Le schiene si piegavano ritmicamente
nel gesto che accompagnava le mani, intente a
sfregare la stoffa intrisa di sudore nella
limpida sorella acqua.
D'improvviso, il ronzio esagerato per la troppa
eccitazione e la picchiata a capofitto. Il
minuscolo fioretto era pronto a penetrare la
pelle sull'orlo dell'ombelico.
Francesco si girò appena. Le mani smisero di
stropicciare il bordo della veste grondante.
Stava per dire, forse (era perfino prevedibile),
qualcosa come: "Sorella zanzara, più assetata
del solito stasera?" Ma fu preceduto ed
interrotto.
"Frate Francesco" - gridò un giovinetto dalla
voce immatura - "c'è una zanzara... Una sorella
zanzara" - si corresse subito - "che sta per
succhiarti il sangue!"
Il lento sorriso di Francesco sembrava quasi di
godimento. Accompagnò un guizzo di rimprovero
nello sguardo.
"La conosco, frate Celestino, la conosco bene" -
la voce rassicurante sembrò venire dalla
lontananza di un'intimità affettuosa - "mi
accompagna e mi sugge il sangue ogni giorno, dal
tramonto alla notte..."
Frate Celestino non poté trattenersi. Cominciò a
scrutargli il corpo alla ricerca delle bolle.
Bolle che non c'erano.
"Ma, Frate Francesco, com'è che...?" - E non
ebbe cuore di completare: "...non vi grattate
mai?"
Francesco ricompose l'interruzione come se non
avesse percepito la sua voce:
"... Dal tramonto alla notte, finché è sazia. E
allora mi vola in testa, mi si posa sulla
chierica, la notte mi fa compagnia, la mattina
di nuovo sulla nostra strada mi segue. Fedele e
riconoscente. Perfino attenta ai nostri
discorsi, credo, toccata dalla parola di pace,
di fratellanza, di amore. Sorella zanzara che da
noi sa prendere il meglio, che non succhia solo
sangue, che anche d'altro sa nutrirsi."
E così dicendo, finì di strizzare il saio, lo
indossò con un gesto semplice. E assieme a tutti
gli altri fratelli, di nuovo vestiti, di nuovo
puliti, si avviò in compagnia della piccola
zanzara.
Gli ultimi raggi solari, come ogni giorno, si
fecero in un istante ardenti per asciugare loro
le vesti.
FINE
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