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La favola del pesce gatto |
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La favola del pesce gatto
C’era una volta in un paesino di pescatori un
gatto che amava l’acqua. Gli altri gatti, a cui
una sola goccia dava fastidio, lo prendevano in
giro. I bambini, incuriositi, nel loro innocente
sadismo lo mettevano alla prova con improvvise
docce. Ma lui non si scomponeva, anzi ne era
contento e ringraziava facendo le fusa. Quando
pioveva, tutti gli altri mici correvano a
ripararsi, lui invece alzava la testa al cielo e
sembrava sorridere alla pioggia. Gli altri
gatti, come è ovvio, si lavavano leccandosi con
la loro stessa lingua; lui invece si faceva il
bagnetto crogiolandosi in acque profonde. E così
si era meritato il nome di Zuppa, un nome che
era anche uno sfottò.
A mare Zuppa era un portento. Nuotava meglio dei
cani, che perciò lo guardavano storto e qualche
volta lo inseguivano pure, per dargli una
lezione. Ma lui si buttava in acqua e li
seminava. Presto i pescatori lo presero in
simpatia. Uno di loro, Michele, ebbe l’idea di
adottarlo e portarselo come mascotte
portafortuna nei suoi viaggi, sempre pericolosi.
Mare grosso, vento a raffiche con pioggia
orizzontale, freddo e umidità, niente lo
spaventava e nemmeno lo disturbava: Zuppa stava
impettito e solenne come un fiero capitano, come
un vecchio lupo di mare. Non mandava mai un
gemito, mai un miagolio di paura o di protesta.
E, appena Michele faceva solo cenno di
carezzarlo per complimentarsi con lui,
cominciava a ronfare con il brontolio di una
dolce bufera.
Zuppa seguiva le operazioni di pesca come uno
zelante apprendista, quasi dovesse imparare e
diventare anche lui pescatore. Quando si andava
per totani e calamari, di notte, con i fari
delle lampare, si metteva sul bordo del
peschereccio e guardava fisso verso le scure
profondità marine ed i suoi grandi occhi gialli
fosforescenti erano un altro faro impegnato ad
attirare le prede. Se invece Michele pescava a
rete, lanciandola e stendendola in lungo e in
largo, con i suoi baldi aiutanti, su un grande
tratto di mare, Zuppa accompagnava il movimento
oscillando la testa paffuta a sinistra e a
destra, come un lento tergicristallo. E quando
si tirava su a bordo il pescato, sembrava voler
assecondare l’operazione alzandosi ritto sulle
zampe posteriori.
Stranamente, però, Zuppa non mangiava pesce. Una
squisitezza per cui normalmente i gatti vanno
matti. Ed il cibo più ovvio per un gatto che ha
come padrone un pescatore. Se Michele insisteva
per fargli mangiare, per esempio, un’alice o un
merluzzetto, lui faceva un’espressione di
orrore, quasi volesse dire che i pesci erano
suoi amici, addirittura suoi simili, e non aveva
il coraggio di papparseli. Allora Michele si
inquietava: “Ma come, tu sei un gatto e, per di
più, il gatto di un pescatore, e non mangi
pesce? E’ assurdo. Non mi puoi fare questo…” Per
tutta risposta Zuppa appoggiava lentamente, con
prudenza, una zampetta sul pesce che Michele gli
porgeva e la muoveva come se volesse carezzarlo.
E a modo suo lo carezzava proprio. “Sei proprio
strano tu, micio mio” commentava Michele, più
incuriosito che dispiaciuto. Zuppa stringeva le
fessure degli occhi, che è il modo di sorridere
dei gatti.
Non si contano i viaggi che i due amici, uomo e
micio, fecero di giorno e di notte, con il
freddo e con il caldo, con il mare liscio come
un tavolo da bigliardo o ispido come il mantello
di un’istrice.
Un giorno che tirava un vento di scirocco
fortissimo e il mare si era fatto spaventoso,
forza dieci, Michele restò a lungo in dubbio se
uscire o no a pescare. La prudenza avrebbe
consigliato di rinunciare, ma quello era il suo
lavoro e non gli conveniva restare a terra
nemmeno un giorno, tanto più che altri pescatori
si imbarcavano comunque. Così decise di
avventurarsi. A Zuppa, che subito si era messo
in movimento, con la coda ritta, per
accompagnarlo, disse: “No, tu non puoi venire, è
troppo pericoloso. Sei il mio portafortuna e non
posso rischiare di perderti.” Ma Zuppa non se ne
diede nemmeno un poco per inteso. Per quante
volte Michele lo prendeva e lo faceva sbarcare,
lui tornava di nuovo a bordo, prima che il
peschereccio salpasse. E alla fine la ebbe
vinta. “Ma allora mettiti al riparo qua sotto,
ben acquattato,” raccomandò Michele mentre gli
faceva una lunga carezza, “che oggi si balla di
brutto, capito?”
Quando beccheggio e rollio, uniti insieme,
cominciarono a fare del peschereccio, nonostante
fosse grande e alto, un piccolo guscio in balia
del mare impazzito, Zuppa non ce la fece più
dalla curiosità e uscì fuori dal suo rifugio.
Michele era impegnato con i suoi uomini a
governare come meglio poteva la barca per non
andare a fondo. Non si accorse subito che il
gatto, per godersi meglio lo spettacolo, quello
che secondo lui era uno spettacolo affascinante,
era addirittura salito in testa alla prua.
Uno scossone più forte, come se un mostro marino
avesse improvvisamente sollevato e spinto in
avanti il peschereccio, trovò preparati Michele
ed i suoi uomini. Ma non Zuppa. In un istante fu
sbalzato in acqua. Gli uomini accompagnarono il
volo della bestiola con un coro di sorpresa e
orrore. Per quanto provetto nuotatore, in quel
mare scatenato il micio sarebbe affogato ben
presto. Michele lo voleva salvare, ma non poteva
certo lanciarsi in acqua, avrebbe rischiato di
affogare anche lui. Cominciò a gridare a
squarciagola: “Zuppa, Zuppa!” mentre faceva
lanciare in acqua un salvagente a cui il gatto
potesse magari aggrapparsi. Passarono i secondi,
i minuti. Il cuore in gola nell’attesa, nella
speranza sempre più disperata. Zuppa non
riemergeva. Perduto. Morto. Michele scoppiò a
piangere come un bambino. Il senso di colpa, per
non aver insistito a rifiutarsi di portarlo con
sé, gli martellava il cervello, più di quanto le
onde sfrenate martellassero il peschereccio.
Tornato infine a terra, Michele sentì il dovere
di celebrare un piccolo funerale privato per il
suo povero gatto portafortuna, coraggioso fino
all’incoscienza. La notizia si sparse nel paese.
Gli altri gatti si compiacquero di non aver mai
avuto la minima simpatia per il mare. I cani,
invidiosi di quel gatto gran nuotatore, furono
contenti che si fosse beccato quella brutta
fine.
Ma Zuppa non era morto!
Mentre si dibatteva circondato da ogni parte
dall’acqua che lo affondava giù, si rese conto
che la beveva e non affogava. E in pochi istanti
si compiva una straordinaria metamorfosi: il
corpo gli si accorciava; gli occhi gli si
allontanavano ai lati della testa che diventava
più larga; i baffi si riducevano a pochi, più
doppi e robusti; la coda da lunga e cilindrica
gli si faceva corta, piatta, a triangolo, e un
altro simile triangolo flessibile gli spuntava
sulla schiena; il pelo gli cadeva e veniva fuori
una pelle liscia liscia. Poteva muoversi a suo
agio nel mare come se fosse un pesce… ma era
diventato un pesce! Il pesce gatto.
Non sarebbe più tornato sulla terraferma.
Avrebbe vissuto dentro l’acqua del mare,
contento di sguazzare in fondali melmosi,
scavando talvolta buche nel fango per
nascondersi. Era un pesce a tutti gli effetti,
ora e per sempre. Solo ogni tanto, preso da
improvvisa nostalgia per la sua origine felina,
fra lo sconcerto degli altri pesci avrebbe
mandato un lungo acuto miagolio. Pesce sì, ma
pesce gatto.
FINE
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