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Claudio Cajati

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» L'una e l'altra Floridiana
» Case Mie
» Palazzo Guarracino
» La Montagna di Zucchero
» La Zanzara di Francesco
» Los dorados
» Voci antiche da Terra Murata
» Amaro mare mio
» Il messaggio in bottiglia
» La favola del pesce gatto


La favola del pesce gatto
 


C’era una volta in un paesino di pescatori un gatto che amava l’acqua. Gli altri gatti, a cui una sola goccia dava fastidio, lo prendevano in giro. I bambini, incuriositi, nel loro innocente sadismo lo mettevano alla prova con improvvise docce. Ma lui non si scomponeva, anzi ne era contento e ringraziava facendo le fusa. Quando pioveva, tutti gli altri mici correvano a ripararsi, lui invece alzava la testa al cielo e sembrava sorridere alla pioggia. Gli altri gatti, come è ovvio, si lavavano leccandosi con la loro stessa lingua; lui invece si faceva il bagnetto crogiolandosi in acque profonde. E così si era meritato il nome di Zuppa, un nome che era anche uno sfottò.
A mare Zuppa era un portento. Nuotava meglio dei cani, che perciò lo guardavano storto e qualche volta lo inseguivano pure, per dargli una lezione. Ma lui si buttava in acqua e li seminava. Presto i pescatori lo presero in simpatia. Uno di loro, Michele, ebbe l’idea di adottarlo e portarselo come mascotte portafortuna nei suoi viaggi, sempre pericolosi. Mare grosso, vento a raffiche con pioggia orizzontale, freddo e umidità, niente lo spaventava e nemmeno lo disturbava: Zuppa stava impettito e solenne come un fiero capitano, come un vecchio lupo di mare. Non mandava mai un gemito, mai un miagolio di paura o di protesta. E, appena Michele faceva solo cenno di carezzarlo per complimentarsi con lui, cominciava a ronfare con il brontolio di una dolce bufera.

Zuppa seguiva le operazioni di pesca come uno zelante apprendista, quasi dovesse imparare e diventare anche lui pescatore. Quando si andava per totani e calamari, di notte, con i fari delle lampare, si metteva sul bordo del peschereccio e guardava fisso verso le scure profondità marine ed i suoi grandi occhi gialli fosforescenti erano un altro faro impegnato ad attirare le prede. Se invece Michele pescava a rete, lanciandola e stendendola in lungo e in largo, con i suoi baldi aiutanti, su un grande tratto di mare, Zuppa accompagnava il movimento oscillando la testa paffuta a sinistra e a destra, come un lento tergicristallo. E quando si tirava su a bordo il pescato, sembrava voler assecondare l’operazione alzandosi ritto sulle zampe posteriori.
Stranamente, però, Zuppa non mangiava pesce. Una squisitezza per cui normalmente i gatti vanno matti. Ed il cibo più ovvio per un gatto che ha come padrone un pescatore. Se Michele insisteva per fargli mangiare, per esempio, un’alice o un merluzzetto, lui faceva un’espressione di orrore, quasi volesse dire che i pesci erano suoi amici, addirittura suoi simili, e non aveva il coraggio di papparseli. Allora Michele si inquietava: “Ma come, tu sei un gatto e, per di più, il gatto di un pescatore, e non mangi pesce? E’ assurdo. Non mi puoi fare questo…” Per tutta risposta Zuppa appoggiava lentamente, con prudenza, una zampetta sul pesce che Michele gli porgeva e la muoveva come se volesse carezzarlo. E a modo suo lo carezzava proprio. “Sei proprio strano tu, micio mio” commentava Michele, più incuriosito che dispiaciuto. Zuppa stringeva le fessure degli occhi, che è il modo di sorridere dei gatti.

Non si contano i viaggi che i due amici, uomo e micio, fecero di giorno e di notte, con il freddo e con il caldo, con il mare liscio come un tavolo da bigliardo o ispido come il mantello di un’istrice.
Un giorno che tirava un vento di scirocco fortissimo e il mare si era fatto spaventoso, forza dieci, Michele restò a lungo in dubbio se uscire o no a pescare. La prudenza avrebbe consigliato di rinunciare, ma quello era il suo lavoro e non gli conveniva restare a terra nemmeno un giorno, tanto più che altri pescatori si imbarcavano comunque. Così decise di avventurarsi. A Zuppa, che subito si era messo in movimento, con la coda ritta, per accompagnarlo, disse: “No, tu non puoi venire, è troppo pericoloso. Sei il mio portafortuna e non posso rischiare di perderti.” Ma Zuppa non se ne diede nemmeno un poco per inteso. Per quante volte Michele lo prendeva e lo faceva sbarcare, lui tornava di nuovo a bordo, prima che il peschereccio salpasse. E alla fine la ebbe vinta. “Ma allora mettiti al riparo qua sotto, ben acquattato,” raccomandò Michele mentre gli faceva una lunga carezza, “che oggi si balla di brutto, capito?”
Quando beccheggio e rollio, uniti insieme, cominciarono a fare del peschereccio, nonostante fosse grande e alto, un piccolo guscio in balia del mare impazzito, Zuppa non ce la fece più dalla curiosità e uscì fuori dal suo rifugio. Michele era impegnato con i suoi uomini a governare come meglio poteva la barca per non andare a fondo. Non si accorse subito che il gatto, per godersi meglio lo spettacolo, quello che secondo lui era uno spettacolo affascinante, era addirittura salito in testa alla prua.

Uno scossone più forte, come se un mostro marino avesse improvvisamente sollevato e spinto in avanti il peschereccio, trovò preparati Michele ed i suoi uomini. Ma non Zuppa. In un istante fu sbalzato in acqua. Gli uomini accompagnarono il volo della bestiola con un coro di sorpresa e orrore. Per quanto provetto nuotatore, in quel mare scatenato il micio sarebbe affogato ben presto. Michele lo voleva salvare, ma non poteva certo lanciarsi in acqua, avrebbe rischiato di affogare anche lui. Cominciò a gridare a squarciagola: “Zuppa, Zuppa!” mentre faceva lanciare in acqua un salvagente a cui il gatto potesse magari aggrapparsi. Passarono i secondi, i minuti. Il cuore in gola nell’attesa, nella speranza sempre più disperata. Zuppa non riemergeva. Perduto. Morto. Michele scoppiò a piangere come un bambino. Il senso di colpa, per non aver insistito a rifiutarsi di portarlo con sé, gli martellava il cervello, più di quanto le onde sfrenate martellassero il peschereccio.

Tornato infine a terra, Michele sentì il dovere di celebrare un piccolo funerale privato per il suo povero gatto portafortuna, coraggioso fino all’incoscienza. La notizia si sparse nel paese. Gli altri gatti si compiacquero di non aver mai avuto la minima simpatia per il mare. I cani, invidiosi di quel gatto gran nuotatore, furono contenti che si fosse beccato quella brutta fine.
Ma Zuppa non era morto!
Mentre si dibatteva circondato da ogni parte dall’acqua che lo affondava giù, si rese conto che la beveva e non affogava. E in pochi istanti si compiva una straordinaria metamorfosi: il corpo gli si accorciava; gli occhi gli si allontanavano ai lati della testa che diventava più larga; i baffi si riducevano a pochi, più doppi e robusti; la coda da lunga e cilindrica gli si faceva corta, piatta, a triangolo, e un altro simile triangolo flessibile gli spuntava sulla schiena; il pelo gli cadeva e veniva fuori una pelle liscia liscia. Poteva muoversi a suo agio nel mare come se fosse un pesce… ma era diventato un pesce! Il pesce gatto.
Non sarebbe più tornato sulla terraferma. Avrebbe vissuto dentro l’acqua del mare, contento di sguazzare in fondali melmosi, scavando talvolta buche nel fango per nascondersi. Era un pesce a tutti gli effetti, ora e per sempre. Solo ogni tanto, preso da improvvisa nostalgia per la sua origine felina, fra lo sconcerto degli altri pesci avrebbe mandato un lungo acuto miagolio. Pesce sì, ma pesce gatto.

                                                                           FINE

 
Visitatori: Oggi: Ultimo aggiornamento 01.07.11