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Claudio Cajati

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Il Palazzo Guarracino a Procida:
questo (mi)sconosciuto



A Palazzo Guarracino ci sono stato in fitto, circa dieci anni fa, per un anno intero. Mentre ci ritorno, a piedi, scendendo dalla strada panoramica, in una lenta trezziatissima passeggiata, mi vengono a mente frammenti di quell’esperienza. Il cancello consistente nella sua rassicurante neoclassicità. Il muro ispido di allettanti e insidiosi fichi d’india. Il colonnato del vestibolo cui faceva eco, al primo piano, la loggia a tre campate. La scala solenne e faticosa che solo pimpanti garzoni procidani sapevano vincere con il pesante fardello della spesa. La generosa terrazza finale, straordinariamente panoramica, abitata da un vento così teso che perfino d’estate vi faceva fresco e ogni oggetto leggero vi mulinava allegramente, invano inseguito. La mansarda goffamente ricavata, gelida anche in primavera, dove regolarmente sbattevo la testa sotto le falde calanti. Le coltivazioni di mitili, come tante boe tranquille, nella baia fra Pizzaco e Solchiaro. Capri lontana nella foschia e poi d’improvviso, in un bel giorno limpido, netta col suo profilo altezzoso. Le notti di sabato e domenica allietate dalle percussioni della disco music della dirimpettaia “geotenda”. (A proposito: ma quando lo rimuovono quell’obbrobrio abusivo, ormai dismesso?)
Il tempo di questi sparsi scoloriti ricordi ed ecco la sagoma poderosa del palazzo profilarsi, fra due ali di verde, sul fondale lontano ma autoritario del Monte Epomeo. Ma già i passi agevoli per la discesa amica mi hanno portato più vicino, alla biforcazione della strada che cinge l’edificio su tre lati. Così vicino che, purtroppo, non posso fare a meno di cogliere gli sconci che prima, con la complicità della lontananza, si camuffavano: gli abbaini fasulli dagli infissi in alluminio, i volumi e volumetti abusivi aggiunti, la carnevalata di colori tanto arbitrari quanto disinvolti.
Ho l’impressione, ora più che allora, di trascuratezza e sciattezza: frutto di una mancata coscienza del valore monumentale, della testimonianza storica preziosa, che altra attenzione e altra cura meriterebbero. (Ma non è tutto un po’ così oggi a Procida? Un’isola che non ha consapevolezza dei suoi beni, che non ha il gusto di valorizzarli. Eppure le converrebbe!)
Da questo punto in poi, accompagnato da procidano doc (che qui fece la scuola media: parte del palazzo, a piano terra, fu appunto, negli anni ’50 e ‘60, adibita a tale destinazione) vengo in visita ad altro procidano doc, quivi abitante, uomo di mare ma filosofo per naturale inclinazione. Da una sorta di intervista a questo testimone acculturato e prezioso, traggo, quasi apprendista giornalista, tutte le altre informazioni di seguito riportate (forse maldestramente; me ne scuso in anticipo).
Per chi si chiedesse come mai il Palazzo Guarracino non abbia l’entrata dalla strada panoramica, la risposta è elementare: non ce l’ha semplicemente perché quando fu costruito, presumibilmente all’inizio dell’800, la strada sotto non c’era. C’era solo roccia, la famosa pietra di Centane, ottima per le costruzioni e di cui lo stesso palazzo è fatto. L’edificio insomma sorge sulla stessa cava da cui trae la sua materia costitutiva (come avviene per molti altri monumenti, per esempio il Castel S.Elmo sulla collina del Vomero a Napoli).
L’edificio era originariamente un casino di caccia borbonico, ai tempi in cui a Procida si poteva ancora coltivare il lusso aristocratico di sparare ai fagiani e, sull’isola di Vivaro, ai conigli selvatici (da qui la persecuzione dei gatti dell’epoca che a modo loro, con i loro limitati mezzi naturali, cercavano di praticare il medesimo sport, povere creature innocenti e ignare!).
La posizione dominante sulla località di Centane rispondeva quindi alla funzione dell’edificio e alla dignità della corte regale. Ma anche, specificamente, allo status sociale del proprietario, quel Giuseppe Guarracino che ha dato il nome al palazzo.
Per apprendere qualcosa di fondato e preciso in merito a questo signore ottocentesco mi è bastato seguire – assieme all’amico che mi accompagnava e mi faceva da garante – l’amico ospitante, appunto discendente del suddetto Guarracino, nel suo sobrio e severo appartamento all’interno del palazzo: grandi vani coperti con volte a padiglione, arredati con mobili antichi gelosamente conservati. Aria protettiva di un passato che si ostina, per nostra fortuna, a non morire.
Chi era, allora, Giuseppe Guarracino, il committente e primo proprietario dell’omonimo palazzo?. Come risulta da un pregevole quadro in bella mostra nella casa del nostro intervistato, era Farmacista Maggiore alla corte dei Borbone (l’importanza del personaggio è confermata dal fatto che nella stessa Procida, a Terra Murata, c’è una via Guarracino). Proveniente da Capua, era venuto a vivere sull’isola dove si era unito more uxorio a tale Lucia, probabilmente un’isolana. Da questa aveva avuto un solo figlio, Pasquale, da cui la discendenza fino all’attuale nostro cordialissimo ospite.
Farmacista dunque, come scritto su un foglio, a sua volta su un tavolo, accanto a cui l’illustre Guarracino è ritratto. Ma il nostro intervistato, con un lampo allusivo che sprizza dai suoi occhi ammiccanti, ci fa sapere che farmacista sta nientemeno per alchimista. E in effetti il personaggio storico è ritratto in maniera tale da assecondare illazioni esoteriche: egli non guarda alcun oggetto della scena del quadro, né direttamente lo spettatore; il suo sguardo è laterale, mentre mostra in tutta evidenza tra le mani un libro. Sulla copertina c’è scritto, a grandi lettere maiuscole, BERZELIUS; tanto grandi che la parola non è entrata tutta in un sol rigo (BERZE/LIUS). L’indice della mano destra divide a metà le pagine, come se volesse tenere il segno ad una pagina particolare.
Chi è Berzelius? Il nostro ospite ci informa trattarsi di un chimico svedese, e di non aver trovato, nonostante tutte le sue ricerche, nessun libro con tale scritta in copertina. Quindi non si tratta di un libro reale; il libro del quadro è un espediente per mandare un messaggio: ma quale? E a chi? Eccomi di nuovo risucchiato nel labirinto storico di questo edificio tanto misterioso quanto bello.
Mi reco allora – sempre atteggiandomi a giornalista scrupoloso, attento alla verifica della notizia - alla Biblioteca Nazionale di Napoli, sala del catalogo per autori, voce “Berzelius”. E trovo conferma che costui è appunto un chimico svedese dell’800, di nome Jöns Jakob, molto importante, autore di numerosi trattati, tradotti in tedesco, francese ed italiano. (Il suo Traité de chimie, che consta di ben otto volumi, pubblicato nell’edizione francese a partire dal 1829, era destinato, come avvisavano gli editori, a “tous ceux qui sont dejà initiés aux mystères de la chimie”.)
Secondo il nostro intervistato, il palazzo ha del magico (come magica, soprattutto in Terra Murata, è tutta Procida. E racconta, con gustose pause di compiacimento, della misteriosissima morte di un personaggio che troppo osò, che non seppe che cosa e chi stava sfidando… Ma fermiamoci qui). Tornando al nostro bel palazzo, strani assai sono i moti convettivi che lo interessano in estate: anche chiudendo tutti gli infissi, spira un piacevolissimo venticello e si prova un incredibile benessere. Come se il palazzo vivesse, e intendesse partecipare amichevolmente alla vita dei suoi abitanti. E, appunto, luogo di benessere questo discendente del Guarracino lo definisce, richiamandosi senza ulteriori spiegazioni agli insegnamenti di Fulcanelli. E – aggiunge - lo stesso suo avo, come cultore delle scienze della vita, ben lo sapeva.
Ma se l’edificio è generosamente amichevole con i suoi abitanti, generosità e amicizia non sempre improntano i rapporti fra i comproprietari che si sono spartiti l’eredità del prestigioso Guarracino.
Segno ultimo e, per quanto paradossale, reale di questa endemica litigiosità intestina è una rete metallica – sì, proprio di quelle verdi che si usano per recintare gli appezzamenti agricoli! – che lottizza gli spazi esterni di competenza del palazzo, il suo giardino e l’atrio porticato, deturpando l’estetica complessiva e offendendo la stessa dignità di un manufatto di tale storia e tono architettonico. Ne consegue un’aria quasi da accampamento zingaresco che anche solo un’ordinaria pietas sarebbe bastata a risparmiargli.
Il colto e simpatico ospite che mi ragguaglia sul passato e sul presente di Palazzo Guarracino mi segnala – cosa che non avevo ancora rilevato – la gravissima sostituzione di due balconcini originari sul lato sud-ovest: ennesima beffa alla tanto spesso latitante, o comunque impotente, Sovrintendenza ai Beni Architettonici e Ambientali.
Ma neppure questo spudorato abuso può rivaleggiare con un altro che non avevo potuto non notare, data la sua arrogante evidenza: cioè la chiusura a veranda della loggia a tre campate del primo piano. La miserabile avidità di spazio chiuso, la smania di aumentare i metri quadrati ad uso interno – in una logica speculativa e subculturale non degna dei discendenti di un nobile lignaggio – ha condotto a questo incredibile sconcio. Con le conseguenze che tutte le persone sensibili e amanti dell’architettura possono constatare:
- è stato distrutto il gioco di rimandi fra atrio d’ingresso e loggia al primo piano, cioè fra spazi coperti ma al tempo stesso aperti, nel loro comune ritmo tripartito;
- è stata vanificata la peculiare vivibilità di quella speciale tipologia spaziale che è appunto la loggia, sorta di balconata incassata, protetta da sole, vento, pioggia, e appropriata mediazione fra spazi aperti del sito e vani chiusi del palazzo;
- è stata compromessa la piena leggibilità della finissima balaustra, il cui disegno è ora costretto alla confusa sovrapposizione con la sconsolante banalità del tompagno retrostante.
In conclusione, questo, come altri palazzi storici, subisce la disinvolta cultura dell’abusivismo. E questo è inaccettabile. Palazzi così dovrebbero essere beni collettivi indivisi, sotto la diretta tutela di un Comitato di Garanti, che ne studino anche la più degna destinazione d’uso, in modo da difenderli e al tempo stesso valorizzarli.
Non sfidiamo il passato: è vero, Giuseppe Guarracino se ne sta, apparentemente, tranquillo. Fermo nel suo quadro, confinato in una stanza. Ma fino a quando sopporterà tutto ciò?

FINE

 
Visitatori: Oggi: Ultimo aggiornamento 01.07.11