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Il
Palazzo Guarracino a Procida:
questo (mi)sconosciuto
A Palazzo Guarracino ci sono stato in fitto,
circa dieci anni fa, per un anno intero. Mentre
ci ritorno, a piedi, scendendo dalla strada
panoramica, in una lenta trezziatissima
passeggiata, mi vengono a mente frammenti di
quell’esperienza. Il cancello consistente nella
sua rassicurante neoclassicità. Il muro ispido
di allettanti e insidiosi fichi d’india. Il
colonnato del vestibolo cui faceva eco, al primo
piano, la loggia a tre campate. La scala solenne
e faticosa che solo pimpanti garzoni procidani
sapevano vincere con il pesante fardello della
spesa. La generosa terrazza finale,
straordinariamente panoramica, abitata da un
vento così teso che perfino d’estate vi faceva
fresco e ogni oggetto leggero vi mulinava
allegramente, invano inseguito. La mansarda
goffamente ricavata, gelida anche in primavera,
dove regolarmente sbattevo la testa sotto le
falde calanti. Le coltivazioni di mitili, come
tante boe tranquille, nella baia fra Pizzaco e
Solchiaro. Capri lontana nella foschia e poi
d’improvviso, in un bel giorno limpido, netta
col suo profilo altezzoso. Le notti di sabato e
domenica allietate dalle percussioni della disco
music della dirimpettaia “geotenda”. (A
proposito: ma quando lo rimuovono quell’obbrobrio
abusivo, ormai dismesso?)
Il tempo di questi sparsi scoloriti ricordi ed
ecco la sagoma poderosa del palazzo profilarsi,
fra due ali di verde, sul fondale lontano ma
autoritario del Monte Epomeo. Ma già i passi
agevoli per la discesa amica mi hanno portato
più vicino, alla biforcazione della strada che
cinge l’edificio su tre lati. Così vicino che,
purtroppo, non posso fare a meno di cogliere gli
sconci che prima, con la complicità della
lontananza, si camuffavano: gli abbaini fasulli
dagli infissi in alluminio, i volumi e volumetti
abusivi aggiunti, la carnevalata di colori tanto
arbitrari quanto disinvolti.
Ho l’impressione, ora più che allora, di
trascuratezza e sciattezza: frutto di una
mancata coscienza del valore monumentale, della
testimonianza storica preziosa, che altra
attenzione e altra cura meriterebbero. (Ma non è
tutto un po’ così oggi a Procida? Un’isola che
non ha consapevolezza dei suoi beni, che non ha
il gusto di valorizzarli. Eppure le
converrebbe!)
Da questo punto in poi, accompagnato da
procidano doc (che qui fece la scuola media:
parte del palazzo, a piano terra, fu appunto,
negli anni ’50 e ‘60, adibita a tale
destinazione) vengo in visita ad altro procidano
doc, quivi abitante, uomo di mare ma filosofo
per naturale inclinazione. Da una sorta di
intervista a questo testimone acculturato e
prezioso, traggo, quasi apprendista giornalista,
tutte le altre informazioni di seguito riportate
(forse maldestramente; me ne scuso in anticipo).
Per chi si chiedesse come mai il Palazzo
Guarracino non abbia l’entrata dalla strada
panoramica, la risposta è elementare: non ce
l’ha semplicemente perché quando fu costruito,
presumibilmente all’inizio dell’800, la strada
sotto non c’era. C’era solo roccia, la famosa
pietra di Centane, ottima per le costruzioni e
di cui lo stesso palazzo è fatto. L’edificio
insomma sorge sulla stessa cava da cui trae la
sua materia costitutiva (come avviene per molti
altri monumenti, per esempio il Castel S.Elmo
sulla collina del Vomero a Napoli).
L’edificio era originariamente un casino di
caccia borbonico, ai tempi in cui a Procida si
poteva ancora coltivare il lusso aristocratico
di sparare ai fagiani e, sull’isola di Vivaro,
ai conigli selvatici (da qui la persecuzione dei
gatti dell’epoca che a modo loro, con i loro
limitati mezzi naturali, cercavano di praticare
il medesimo sport, povere creature innocenti e
ignare!).
La posizione dominante sulla località di Centane
rispondeva quindi alla funzione dell’edificio e
alla dignità della corte regale. Ma anche,
specificamente, allo status sociale del
proprietario, quel Giuseppe Guarracino che ha
dato il nome al palazzo.
Per apprendere qualcosa di fondato e preciso in
merito a questo signore ottocentesco mi è
bastato seguire – assieme all’amico che mi
accompagnava e mi faceva da garante – l’amico
ospitante, appunto discendente del suddetto
Guarracino, nel suo sobrio e severo appartamento
all’interno del palazzo: grandi vani coperti con
volte a padiglione, arredati con mobili antichi
gelosamente conservati. Aria protettiva di un
passato che si ostina, per nostra fortuna, a non
morire.
Chi era, allora, Giuseppe Guarracino, il
committente e primo proprietario dell’omonimo
palazzo?. Come risulta da un pregevole quadro in
bella mostra nella casa del nostro intervistato,
era Farmacista Maggiore alla corte dei Borbone
(l’importanza del personaggio è confermata dal
fatto che nella stessa Procida, a Terra Murata,
c’è una via Guarracino). Proveniente da Capua,
era venuto a vivere sull’isola dove si era unito
more uxorio a tale Lucia, probabilmente
un’isolana. Da questa aveva avuto un solo
figlio, Pasquale, da cui la discendenza fino
all’attuale nostro cordialissimo ospite.
Farmacista dunque, come scritto su un foglio, a
sua volta su un tavolo, accanto a cui l’illustre
Guarracino è ritratto. Ma il nostro
intervistato, con un lampo allusivo che sprizza
dai suoi occhi ammiccanti, ci fa sapere che
farmacista sta nientemeno per alchimista. E in
effetti il personaggio storico è ritratto in
maniera tale da assecondare illazioni
esoteriche: egli non guarda alcun oggetto della
scena del quadro, né direttamente lo spettatore;
il suo sguardo è laterale, mentre mostra in
tutta evidenza tra le mani un libro. Sulla
copertina c’è scritto, a grandi lettere
maiuscole, BERZELIUS; tanto grandi che la parola
non è entrata tutta in un sol rigo (BERZE/LIUS).
L’indice della mano destra divide a metà le
pagine, come se volesse tenere il segno ad una
pagina particolare.
Chi è Berzelius? Il nostro ospite ci informa
trattarsi di un chimico svedese, e di non aver
trovato, nonostante tutte le sue ricerche,
nessun libro con tale scritta in copertina.
Quindi non si tratta di un libro reale; il libro
del quadro è un espediente per mandare un
messaggio: ma quale? E a chi? Eccomi di nuovo
risucchiato nel labirinto storico di questo
edificio tanto misterioso quanto bello.
Mi reco allora – sempre atteggiandomi a
giornalista scrupoloso, attento alla verifica
della notizia - alla Biblioteca Nazionale di
Napoli, sala del catalogo per autori, voce “Berzelius”.
E trovo conferma che costui è appunto un chimico
svedese dell’800, di nome Jöns Jakob, molto
importante, autore di numerosi trattati,
tradotti in tedesco, francese ed italiano. (Il
suo Traité de chimie, che consta di ben otto
volumi, pubblicato nell’edizione francese a
partire dal 1829, era destinato, come avvisavano
gli editori, a “tous ceux qui sont dejà initiés
aux mystères de la chimie”.)
Secondo il nostro intervistato, il palazzo ha
del magico (come magica, soprattutto in Terra
Murata, è tutta Procida. E racconta, con gustose
pause di compiacimento, della misteriosissima
morte di un personaggio che troppo osò, che non
seppe che cosa e chi stava sfidando… Ma
fermiamoci qui). Tornando al nostro bel palazzo,
strani assai sono i moti convettivi che lo
interessano in estate: anche chiudendo tutti gli
infissi, spira un piacevolissimo venticello e si
prova un incredibile benessere. Come se il
palazzo vivesse, e intendesse partecipare
amichevolmente alla vita dei suoi abitanti. E,
appunto, luogo di benessere questo discendente
del Guarracino lo definisce, richiamandosi senza
ulteriori spiegazioni agli insegnamenti di
Fulcanelli. E – aggiunge - lo stesso suo avo,
come cultore delle scienze della vita, ben lo
sapeva.
Ma se l’edificio è generosamente amichevole con
i suoi abitanti, generosità e amicizia non
sempre improntano i rapporti fra i
comproprietari che si sono spartiti l’eredità
del prestigioso Guarracino.
Segno ultimo e, per quanto paradossale, reale di
questa endemica litigiosità intestina è una rete
metallica – sì, proprio di quelle verdi che si
usano per recintare gli appezzamenti agricoli! –
che lottizza gli spazi esterni di competenza del
palazzo, il suo giardino e l’atrio porticato,
deturpando l’estetica complessiva e offendendo
la stessa dignità di un manufatto di tale storia
e tono architettonico. Ne consegue un’aria quasi
da accampamento zingaresco che anche solo
un’ordinaria pietas sarebbe bastata a
risparmiargli.
Il colto e simpatico ospite che mi ragguaglia
sul passato e sul presente di Palazzo Guarracino
mi segnala – cosa che non avevo ancora rilevato
– la gravissima sostituzione di due balconcini
originari sul lato sud-ovest: ennesima beffa
alla tanto spesso latitante, o comunque
impotente, Sovrintendenza ai Beni Architettonici
e Ambientali.
Ma neppure questo spudorato abuso può
rivaleggiare con un altro che non avevo potuto
non notare, data la sua arrogante evidenza: cioè
la chiusura a veranda della loggia a tre campate
del primo piano. La miserabile avidità di spazio
chiuso, la smania di aumentare i metri quadrati
ad uso interno – in una logica speculativa e
subculturale non degna dei discendenti di un
nobile lignaggio – ha condotto a questo
incredibile sconcio. Con le conseguenze che
tutte le persone sensibili e amanti
dell’architettura possono constatare:
- è stato distrutto il gioco di rimandi fra
atrio d’ingresso e loggia al primo piano, cioè
fra spazi coperti ma al tempo stesso aperti, nel
loro comune ritmo tripartito;
- è stata vanificata la peculiare vivibilità di
quella speciale tipologia spaziale che è appunto
la loggia, sorta di balconata incassata,
protetta da sole, vento, pioggia, e appropriata
mediazione fra spazi aperti del sito e vani
chiusi del palazzo;
- è stata compromessa la piena leggibilità della
finissima balaustra, il cui disegno è ora
costretto alla confusa sovrapposizione con la
sconsolante banalità del tompagno retrostante.
In conclusione, questo, come altri palazzi
storici, subisce la disinvolta cultura
dell’abusivismo. E questo è inaccettabile.
Palazzi così dovrebbero essere beni collettivi
indivisi, sotto la diretta tutela di un Comitato
di Garanti, che ne studino anche la più degna
destinazione d’uso, in modo da difenderli e al
tempo stesso valorizzarli.
Non sfidiamo il passato: è vero, Giuseppe
Guarracino se ne sta, apparentemente,
tranquillo. Fermo nel suo quadro, confinato in
una stanza. Ma fino a quando sopporterà tutto
ciò?
FINE
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