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Claudio Cajati

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» L'una e l'altra Floridiana
» Case Mie
» Palazzo Guarracino
» La Montagna di Zucchero
» La Zanzara di Francesco
» Los dorados
» Voci antiche da Terra Murata
» Amaro mare mio
» Il messaggio in bottiglia
» La favola del pesce gatto


Il messaggio in bottiglia
 


Io non ero nata per questo. Questo non doveva essere il mio destino. Ero una bottiglia di vino buono, ottimo anzi. Brunello di Montalcino. Il mio contenuto fu bevuto con grande godimento, durante una gioiosa festa di compleanno, da gente di palato fino. Dopo di che credevo che mi toccasse l’unico esito ecologicamente corretto: il riciclo. Il vetro in generale, si sa, è sempre prezioso, e merita di essere riutilizzato. A maggior ragione io, che non sono un pezzo di vetro qualsiasi. Io sono, anzi devo dire: ero, una bottiglia di pregiato vino doc. E meritavo di tornare ad esserlo. In una vita ciclica, tenace e dignitosa: ogni volta di nuovo offrire il prezioso nettare rosso, per il piacere degli esseri umani.
Invece, improvviso, il colpo di scena. Uno dei commensali era un vecchio scrittore fallito, sempre alla ricerca, nella sua vita avara di successi, di una improbabile rivincita; di uno sprazzo, seppure tardivo, di notorietà che gli desse l’illusione di essere un grande. Il Brunello gli era piaciuto, inutile dirlo, ma si vede che più gli piacqui io. Forse era ormai ubriaco, forse era solo un patetico mitomane esibizionista. Certo è che mi prese in mano e, brandendomi con gesto teatrale, annunciò solennemente che mi avrebbe usata per un messaggio importante, addirittura epocale – sì, disse proprio: epocale. Un messaggio da affidare al mare, perché l’umanità non era ancora matura per accettarlo. Ma infine qualcuno l’avrebbe raccolto, letto e compreso. E avrebbe sentito il dovere di divulgarlo per il bene del mondo intero.
Dopo pochi giorni, mise in atto puntualmente la sua stramba promessa. Era il classico tipo dell’ambizioso velleitario, non si accontentò del Mediterraneo: volle affidarmi all’oceano Atlantico, forse immaginando che sarei stata raccolta addirittura nella grande America. (Ma il messaggio era in inglese, o in italiano?) Siccome era pure alquanto danaroso, non ebbe nessun problema a portarmi fino alle coste della Galizia e da lì lanciarmi in acqua. Io che avevo vissuto per tanto tempo protetta e coccolata a temperatura ottimale, controllata con un termostato, in una cantina perfetta nella migliore enoteca della città, venivo mandata allo sbaraglio nella sconfinata distesa marina, a patire freddo e sbalzi termici, in un’avventura cieca, senza riferimenti spaziali e temporali.
Cosa diceva il messaggio? Non ne ho la più pallida idea. Arrotolato strettamente su stesso com’era, io non potevo leggerlo. Lo proteggevo e lo preservavo dagli agenti atmosferici come una donna che porta in grembo un figlio di cui, prima del parto, ignora quasi tutto. Non so se fosse davvero importante come pretendeva il suo autore, se fosse originale o scopiazzato o perfino una semplice fregnaccia. Mi rimaneva il dubbio e la curiosità. Per saperlo avrei dovuto essere raccolta, aperta, il messaggio srotolato e letto ad alta voce. Ma sono passati mesi, o addirittura anni, credo – ho perso il conto, il mare confonde la misura del tempo - e niente di tutto questo è accaduto. Sono stata sballottata, senza rispetto, da onde alte e minacciose; sono stata sfiorata da navi ignare, tese verso la loro meta; sono stata beccata da gabbiani affamati e curiosi; sono stata urtata da brandelli vaganti di fasciame marcio; sono stata macchiata da chiazze dense di catrame. Infine, le correnti marine mi sono state contrarie: invece di spingermi verso una riva frequentata, mi hanno fatto arenare su di una triste spiaggetta abbandonata, di una ancora più triste isola sperduta nell’oceano. Forse per lo scrittorucolo megalomane la giusta punizione (a questo punto devo pensare che le correnti marine non sono solo un cieco fenomeno naturale, bensì hanno una loro lucida intelligenza?). Ma io che colpa avevo, quale punizione avevo meritato? Ho vissuto lì, sulla battigia desolata, per un altro tempo interminabile, senza misura possibile. Con dentro di me il rotolo inaccessibile e misterioso, come un feto che non si riesce a partorire.

Stamattina però ho creduto che la speranza indomita, la lunga esasperante attesa finalmente fossero premiate. Dall’orizzonte ho visto avanzare, su un grande barcone allegro e colorato, diretto proprio verso questa mia spiaggia, un folto drappello di giovani. Baldanzosi, tutti bardati con tute e stivali, armati di enormi retine, ramazze e grandi sacchi a perdere. Quando sono stati abbastanza vicini, sul punto di sbarcare, ho letto sui loro petti la stessa scritta: Legambiente. Che venivano a fare qui? La risposta immediata è stata la loro rapida azione concertata. Subito hanno cominciato, con entusiasmo ed accanimento, a raccogliere tutto quello che trovavano del genere carte, buste di plastica, lattine, utensili, bottiglie e bottigliette. E quindi anche me.
Il ragazzo che mi aveva preso in mano si è accorto, nonostante che fossi sporca e ormai piuttosto opacizzata, che portavo dentro di me un lungo rotolo. Mi ha aperto, non senza difficoltà, ha disteso il rotolo con cautela, lo ha letto. Ma solo mentalmente, accidenti. Poi, rivolto ad un suo collega, ha esclamato: “Ma tu vedi un po’ la gente che scemenze è capace di scrivere. E le mette pure in bottiglia, come se chissà che importanza avessero!” Gli ha allungato il rotolo, che anche l’altro ha letto, scoppiando subito in una irrefrenabile risata di derisione. Dopo una breve pausa e un’occhiata di tacita intesa, ha appallottolato il rotolo. Poi, guardandomi, ha concluso: “Ed anche tu vai a fare compagnia alle altre. Pulizia, pulizia ci vuole!” Con un gesto veloce e perentorio mi ha buttato in uno degli enormi sacchi neri, assieme a tutti gli altri rifiuti. Il coacervo immondo che il mare, sdegnato, aveva restituito alla terra degli esseri inquinatori.
Nell’urto con altri corpi duri mi sono spezzata. Ormai una cosa senza più nessuna funzione, come una madre che perde il bambino e muore. Un destino che non meritavo proprio. Finire così, nel mucchio. Come vetro qualsiasi, come rifiuto. E, per di più, senza aver potuto sapere cosa diceva il messaggio. Se avessi avuto lacrime, avrei pianto.

FINE

 
Visitatori: Oggi: Ultimo aggiornamento 01.07.11