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Il messaggio in bottiglia
Io non ero nata per questo. Questo non doveva
essere il mio destino. Ero una bottiglia di vino
buono, ottimo anzi. Brunello di Montalcino. Il
mio contenuto fu bevuto con grande godimento,
durante una gioiosa festa di compleanno, da
gente di palato fino. Dopo di che credevo che mi
toccasse l’unico esito ecologicamente corretto:
il riciclo. Il vetro in generale, si sa, è
sempre prezioso, e merita di essere
riutilizzato. A maggior ragione io, che non sono
un pezzo di vetro qualsiasi. Io sono, anzi devo
dire: ero, una bottiglia di pregiato vino doc. E
meritavo di tornare ad esserlo. In una vita
ciclica, tenace e dignitosa: ogni volta di nuovo
offrire il prezioso nettare rosso, per il
piacere degli esseri umani.
Invece, improvviso, il colpo di scena. Uno dei
commensali era un vecchio scrittore fallito,
sempre alla ricerca, nella sua vita avara di
successi, di una improbabile rivincita; di uno
sprazzo, seppure tardivo, di notorietà che gli
desse l’illusione di essere un grande. Il
Brunello gli era piaciuto, inutile dirlo, ma si
vede che più gli piacqui io. Forse era ormai
ubriaco, forse era solo un patetico mitomane
esibizionista. Certo è che mi prese in mano e,
brandendomi con gesto teatrale, annunciò
solennemente che mi avrebbe usata per un
messaggio importante, addirittura epocale – sì,
disse proprio: epocale. Un messaggio da affidare
al mare, perché l’umanità non era ancora matura
per accettarlo. Ma infine qualcuno l’avrebbe
raccolto, letto e compreso. E avrebbe sentito il
dovere di divulgarlo per il bene del mondo
intero.
Dopo pochi giorni, mise in atto puntualmente la
sua stramba promessa. Era il classico tipo
dell’ambizioso velleitario, non si accontentò
del Mediterraneo: volle affidarmi all’oceano
Atlantico, forse immaginando che sarei stata
raccolta addirittura nella grande America. (Ma
il messaggio era in inglese, o in italiano?)
Siccome era pure alquanto danaroso, non ebbe
nessun problema a portarmi fino alle coste della
Galizia e da lì lanciarmi in acqua. Io che avevo
vissuto per tanto tempo protetta e coccolata a
temperatura ottimale, controllata con un
termostato, in una cantina perfetta nella
migliore enoteca della città, venivo mandata
allo sbaraglio nella sconfinata distesa marina,
a patire freddo e sbalzi termici, in
un’avventura cieca, senza riferimenti spaziali e
temporali.
Cosa diceva il messaggio? Non ne ho la più
pallida idea. Arrotolato strettamente su stesso
com’era, io non potevo leggerlo. Lo proteggevo e
lo preservavo dagli agenti atmosferici come una
donna che porta in grembo un figlio di cui,
prima del parto, ignora quasi tutto. Non so se
fosse davvero importante come pretendeva il suo
autore, se fosse originale o scopiazzato o
perfino una semplice fregnaccia. Mi rimaneva il
dubbio e la curiosità. Per saperlo avrei dovuto
essere raccolta, aperta, il messaggio srotolato
e letto ad alta voce. Ma sono passati mesi, o
addirittura anni, credo – ho perso il conto, il
mare confonde la misura del tempo - e niente di
tutto questo è accaduto. Sono stata sballottata,
senza rispetto, da onde alte e minacciose; sono
stata sfiorata da navi ignare, tese verso la
loro meta; sono stata beccata da gabbiani
affamati e curiosi; sono stata urtata da
brandelli vaganti di fasciame marcio; sono stata
macchiata da chiazze dense di catrame. Infine,
le correnti marine mi sono state contrarie:
invece di spingermi verso una riva frequentata,
mi hanno fatto arenare su di una triste
spiaggetta abbandonata, di una ancora più triste
isola sperduta nell’oceano. Forse per lo
scrittorucolo megalomane la giusta punizione (a
questo punto devo pensare che le correnti marine
non sono solo un cieco fenomeno naturale, bensì
hanno una loro lucida intelligenza?). Ma io che
colpa avevo, quale punizione avevo meritato? Ho
vissuto lì, sulla battigia desolata, per un
altro tempo interminabile, senza misura
possibile. Con dentro di me il rotolo
inaccessibile e misterioso, come un feto che non
si riesce a partorire.
Stamattina però ho creduto che la speranza
indomita, la lunga esasperante attesa finalmente
fossero premiate. Dall’orizzonte ho visto
avanzare, su un grande barcone allegro e
colorato, diretto proprio verso questa mia
spiaggia, un folto drappello di giovani.
Baldanzosi, tutti bardati con tute e stivali,
armati di enormi retine, ramazze e grandi sacchi
a perdere. Quando sono stati abbastanza vicini,
sul punto di sbarcare, ho letto sui loro petti
la stessa scritta: Legambiente. Che venivano a
fare qui? La risposta immediata è stata la loro
rapida azione concertata. Subito hanno
cominciato, con entusiasmo ed accanimento, a
raccogliere tutto quello che trovavano del
genere carte, buste di plastica, lattine,
utensili, bottiglie e bottigliette. E quindi
anche me.
Il ragazzo che mi aveva preso in mano si è
accorto, nonostante che fossi sporca e ormai
piuttosto opacizzata, che portavo dentro di me
un lungo rotolo. Mi ha aperto, non senza
difficoltà, ha disteso il rotolo con cautela, lo
ha letto. Ma solo mentalmente, accidenti. Poi,
rivolto ad un suo collega, ha esclamato: “Ma tu
vedi un po’ la gente che scemenze è capace di
scrivere. E le mette pure in bottiglia, come se
chissà che importanza avessero!” Gli ha
allungato il rotolo, che anche l’altro ha letto,
scoppiando subito in una irrefrenabile risata di
derisione. Dopo una breve pausa e un’occhiata di
tacita intesa, ha appallottolato il rotolo. Poi,
guardandomi, ha concluso: “Ed anche tu vai a
fare compagnia alle altre. Pulizia, pulizia ci
vuole!” Con un gesto veloce e perentorio mi ha
buttato in uno degli enormi sacchi neri, assieme
a tutti gli altri rifiuti. Il coacervo immondo
che il mare, sdegnato, aveva restituito alla
terra degli esseri inquinatori.
Nell’urto con altri corpi duri mi sono spezzata.
Ormai una cosa senza più nessuna funzione, come
una madre che perde il bambino e muore. Un
destino che non meritavo proprio. Finire così,
nel mucchio. Come vetro qualsiasi, come rifiuto.
E, per di più, senza aver potuto sapere cosa
diceva il messaggio. Se avessi avuto lacrime,
avrei pianto.
FINE
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