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Case
mie
Lo sento, ben prima di aprire la porta
inutilmente corazzata. Prima di infilare la
chiave nella toppa troppo vicina alla bussola.
Prima di affrontare il rampante che conduce
all’appartamento rialzato. Perfino prima di
entrare proprio nel palazzo. Lo sento che la
casa di Napoli è triste. Anzi ammusonita.
Addirittura ostile.
Ed ho un attimo di esitazione, allora, prima di
spingere e addentrarmi. Come se ci fosse un
pericolo, o almeno una insidia. Sento l’odore di
chiuso, di tiepido, delle troppe sigarette di
Angela, di balconi e finestre a lungo lasciati
chiusi. E penso che questo è il tanfo
dell’abbandono, l’umore malinconico e rancoroso
che lentamente stilla, nelle lunghe ore
solitarie, dalle pareti orfane di passi voci
gesti. Le pareti che ora mi scrutano e mi
studiano; che forse già mi interrogano per
carpire qualcosa dell’altra casa, l’altra che ha
preso, sorprendentemente, il sopravvento.
Casa di terra e di collina, questa; casa di
isola pianeggiante, quella. Urbana pur se
lambita di generoso verde, l’una; campagnola
immersa in orti e limoneti, l’altra. Matura di
più di vent’anni di accoglienza, la prima;
giovane di appena quattro anni di nuova
residenza, la seconda. Condominiale in
palazzaccio multipiani anni ‘50, la partenopea;
condominiale in basso casale antico, la
procidana. Compíta professionale ridotta
all’essenziale, la casa di Napoli; cordiale
approssimativa colma di cianfrusaglie e di
gatti, la casa di Procida.
Quattro anni che mi divido, pendolare frenetico,
fra l’una e l’altra. La casa isolana non se ne
importa niente di quella continentale. La ignora
e le basta per vivere contenta. Ma per la casa
di Via Toma non è così.. Lei si sente tradita,
abbandonata, soppiantata. E da un po’ di tempo
ha iniziato a mandare segnali. Inequivocabili.
Minacciosi.
La storia dei libri mancanti, per esempio. Per
quanto li cerchi con attenzione, non li trovo.
Libri che sono sicuro di avere; sicuro di non
averli persi; sicuro di non averli prestati;
sicuro di non averli portati nella casa di
Procida. Eppure non li trovo. Penso allora che
la casa li faccia sparire (talvolta
temporaneamente, perché poi li ritrovo, in
un’altra posizione però). O addirittura penso
che li distrugga, per farmi dispetto, per farmi
disperare. Per punirmi del tradimento. Posso
mettere le librerie sottosopra, farle spillo
spillo, cercare in tutti gli armadi e i
cassetti, perfino nella lavastoviglie, nella
lavatrice, nel forno o nella pattumiera. Niente,
i libri non ci sono più!
Non so come faccia, ma la casa di Via Toma lo sa
che desidero tornare dall’altra. Che solo un’ora
di traghetto mi basta per raggiungerla, per
consegnarmi al silenzio rurale, alle voci
animali, alla distesa verde oltre il
piccolissimo orto che, senza un fondale a dare
la misura della profondità, sembra sconfinata.
Su un’isola, in mezzo al mare ma, ancora più
dentro, circondato dalla fertile umida grassa
terra dove quindici gatti la fanno da padroni,
occupando i posti chiave, sedie, divani, letto,
tavoli, credenza, frigo. La casa dove il
riscaldamento ha il profumo della legna del
camino, dove ci si lascia ipnotizzare dalle
lingue di fuoco, dalle braci rosa rovente; dove
la frittatina si fa con uova, ancora sporche di
cacca, della propria gallina.
La casa procidana significa licenza di
rilassarsi, anche quando si studia. Inopinata
apertura della vita ad un’altra, rischiosa
dimensione: forse perdita del controllo
intellettuale a favore degli automatismi
naturali, forse eclissi delle inibizioni a
favore di un eros cosmico, forse ironia pigra
contro accanimento carrierista e a favore di un
ritorno ad ancestrali animalità.
La casa di Via Toma lo sa tutto questo. E
s’industria di trattenermi. Per questo nasconde
i libri: perché rimanga a lungo a cercarli,
perché torni ad esplorarla con interesse. Un
interesse che le piace pensare sia premura. Per
questo all’ultimo momento mi fa sparire perfino
le chiavi: perché non posso mica tirarmi la
porta e basta. Per questo tira fuori, come
gemiti strazianti, strani rumori che possono
alludere a guasti negli impianti, a cedimenti
strutturali, o a chissà quali altri accidenti.
Perché le case sono vive. Amano e soffrono;
desiderano e sono gelose. Si fanno umane per
comunicare con gli umani. E vogliono un posto
nella nostra memoria.
D’un tratto avverto che tutte le case della mia
vita stavano aspettando, da tanto tempo, che mi
ricordassi di loro. Mi si sono parate davanti
reclamando, con fermezza e con emozione, che
raccontassi di loro. Almeno qualche episodio
della mia vita con loro. Non ho potuto
rifiutarmi, anzi sono stato contento di
acconsentire.
Della casa di Viale Malatesta 21, la casa dove
sono nato, ricordo solo frammenti di scene,
sprazzi figurati in una nebbia tenace. E’ una
fortuna che la mente abbia questa possibilità di
dimenticare quasi tutto: lasciare rilievo,
protagonismo alle poche immagini, alle poche
sequenze che restano. (Ma restano, o siamo noi,
dopo anni, a ricostruirle e, ricostruendole, a
inventarle quasi?).
Ricordo vasi di fiori grandi, enormi, sul
terrazzo a cui salivo per gradini altissimi.
Vasi disposti a gruppi a formare un percorso a
slalom, a pochi centimetri dai miei occhi di
bambinetto in triciclo. Io che pedalo
accanitamente, sicuro di non cadere, e sterzo
col piccolo manubrio e mi eccito ad evitare gli
ostacoli, a provare la forza centrifuga nelle
curve ad alta velocità, ad accelerare
rabbiosamente negli spazi liberi per poi di
botto frenare. Io tutt’uno con il mio triciclo
tanto che non ricordo niente del mio piccolo
corpo (i vestitini immancabilmente celesti,
caldi il giusto o anche troppo, vengono alla
memoria di oggi da altre fonti, dalle foto in
bianco e nero che mia madre acquerellava, con
paziente abilità, in limpide tinte luminose).
Ricordo invece il triciclo sotto di me come il
mio corpo stesso, piedi e pedali fusi nello
stesso movimento continuo che d’un tratto si fa
nervoso scomposto esplosivo per troppa voglia di
competizione, con me stesso e verso chi guarda,
verso mia madre che mi osserva pronta a
incoraggiarmi, a lodarmi, addirittura ad
esaltarmi.
Poi ci sono le sorbe. Vedo una scena in cui le
mangio in terrazzo, ma la nonna non è riuscita
nel miracolo di farle crescere là sopra. Le
sorbe nel ricordo sono odore intenso che fa
fremere le piccole narici, sono pasta cedevole
né dolce né aspra ma al limite della dolcezza e
dell’asprezza, in un territorio del sapore che
non ha per me aggettivi possibili. Posso solo
dire la sensazione di una ritrosia boscosa, di
un equilibrio prezioso, di una sensuale,
moderatamente sensuale vulnerabilità del corpo
molle sotto la buccia sottile che d’improvviso
cede alle unghie ostinate e, dopo, l’aroma
scontroso e fine non mi rimane solo in bocca ma
anche sulle mani che tardo a lavarmi per
annusarle a lungo.
Ricordo ancora, di questa prima casa, il
soppalco della cucina. In legno smaltato bianco,
offre verso il basso, a me che lo vedo
altissimo, il lato luminoso ed ovvio. Ma ciò che
importa è il sopra. Una penombra carica di roba
accumulata. Ci si accede con una stretta scala a
chiocciola che cigola sotto il peso degli
adulti. Io invece posso salirla senza far
rumore, ma solo quando non c’è nessuno che mi
veda. E mi affaccio là sopra dove, orridamente
attratto, immagino enormi ragni lucidi sgusciare
fra scatole e cianfrusaglie, e magari un topino,
poi topo, poi topone, stare ben acquattato,
nutrendosi di quel che gli capita, per sottrarsi
all’agilità di Fuffo.
Già, Fuffo, il nostro gatto dalle grinfie
fulminee. E si forma subito un’altra scena. Ma
questa non sono sicuro di averla mai vista, non
sono sicuro che non sia altro che un racconto di
mia madre, un episodio a cui mi dispiaceva
troppo non aver assistito… La porta del bagno è
socchiusa, e da dentro si sentono strani rumori,
come dei colpi ovattati. Niente di duro, di
spigoloso, contro la grande vasca di porcellana.
Colpi energici, adesso ripetuti in rapida
sequenza, poi intervallati da lunghi silenzi
misteriosi. Mi affaccio timidamente. Vedo Fuffo
che è diventato quasi il doppio, il pelo ritto
che sembra uscito dalla centrifuga di una
lavatrice, in piedi sulle zampe posteriori, gli
occhi sgranati eccitati avidi, con una delle
zampe anteriori reggersi sul bordo della vasca e
con l’altra ogni tanto affondarvi dentro. Ad
ogni serie di colpi sento uno sciacquettare,
come un sollevarsi di piccole onde. Ma Fuffo non
è un gatto? E i gatti non fuggono l’acqua? E
poi, se nessuno si deve fare il bagno, perché la
vasca è piena?
Mi avvicino cauto, sperando e non sperando che
nella vasca ci sia un mostro e che Fuffo, eroico
e generoso, lo stia combattendo per salvarci. Mi
lancia un’occhiata severa, è molto contrariato:
“Vattene via tu, piccolo moccioso!” sembra
dirmi. Ma ormai devo avvicinarmi di più e
guardare. Guardo. E vedo che i mostri sono
tanti! Tanti serpenti che nuotano! La presenza
di Fuffo mi dà il coraggio di sporgermi di più e
di osservarli meglio. E mi rendo conto che non
sono serpenti di terra. Questi sono quei
serpenti d’acqua che la mamma ha comprato per il
pranzo di Natale e che ha chiamato capitoni. Io
ricordo, Fuffo agisce.
D’un tratto mi trovo un capitone gigante quasi
addosso: arpionato dal gatto la cui coda, nel
frattempo, è diventata larga come un cespuglio.
Nonostante il serpeggiare sinuoso del mostro,
Fuffo sembra poter aver presto la meglio nella
battaglia sul pavimento. Ma la battaglia dura
pochissimo: la mamma accorre ai miagolii
bellicosi del gatto e, con grandissimo
dispiacere del poverino, gli sottrae la preda
destinata alle nostre ganasce. A Natale io e
Fuffo ci rifiutiamo di far parte della compagnia
dei commensali: io perché i mostri, sia pure
fatti a pezzettini e cucinati a dovere, sempre
mostri restano; Fuffo perché, ancora offeso, ci
tiene a mantenere il broncio il più a lungo
possibile.
La casa di Viale Malatesta 27 è già tutta in un
nome: Chico. Chico che veniva a bussare ai
vetri, col movimento alternato insistito delle
zampe, a chiedere di giocare, ancora una volta,
con la palla di carta legata al filo che gli
facevo ballonzolare davanti e a cui, per il suo
sfizio, per la mia gioia, imprimevo improvvisi
scarti di direzione e di velocità per eccitare
il suo istinto felino. Chico dal mantello
tigrato marrone scuro, Chico sodo tondo
maschione che un giorno non venne più. E la mia
anima di bambino conobbe l’angoscia. Non poter
sapere se fosse morto o se l’avessero rapito
perché troppo bello, bello da mangiare di baci e
di morsi. Non ricordo per quante volte tornai al
vetro di quella finestra, davanti al
giardinetto, sul cui davanzale egli compariva
d’un tratto con la sua sagoma sontuosa, il suo
manto prezioso. Il riquadro trasparente che più
non graffiavano con innocente testardaggine le
zampe larghe tiepide vellutate. Quell’incontro,
congelato nella memoria, come forma ideale della
felicità. Un’amicizia di gesti senza parole, due
innocenze accomunate nel gioco. Sempre uguale,
come se avesse raggiunto la perfezione senza
tempo.
C’è un’altra scena che per me riassume la casa
di Viale Malatesta 27. Sono in cucina e
tossisco, una tosse stizzosa e profonda. Una
tosse che a brevi intervalli mi squassa il
piccolo petto di ragazzo. Devo avere sette o
otto anni. Mia madre mi mette davanti un alto
bicchiere ricolmo di un liquido grigio celeste
lattiginoso. Dal profumo dolcissimo che
rapidamente mi invade le narici, so che è
orzata, la mia adorata orzata. Mia madre sa che
ci vado pazzo e me la offre assicurandomi che mi
farà bene alla gola, che mi calmerà la tosse
convulsiva che mi ha preso e non mi vuole
mollare.
Ma non si tratta semplicemente di bere. Ecco un
modo per aggiungere, alla soddisfazione della
gola, anche il divertimento. Divertimento che
prende una forma cilindrica, un sapore a sua
volta dolce: un biscotto di Castellammare.
Ottimo da intingere, dopo aver troncato con
appositi morsi le estremità, perché fa benissimo
da cannuccia. Ricordo ancora, come se fosse
proprio adesso, la goduria del liquido
ristoratore che risale nel tubo poroso e mi
arriva copioso in bocca. Quando mi accorgo che
il condotto, ormai inzuppato, si sta sfaldando,
lo tiro fuori dal bicchierone, ne mangio la
parte molle che da un momento all’altro crolla,
e torno ad intingerne la parte dura, una
cannuccia adesso tanto più corta che mi
costringe con il muso appena sopra il bicchiere
ed il naso che aspira ancora più da vicino i
dolci vapori.
Poi anche la seconda metà del biscotto a
cannuccia si spappola in una succosa pappetta.
Allora ne prendo un altro, di nuovo gli tronco
le estremità, lo intingo, lo mordo per
accorciarlo, ne faccio cannuccia corta. E ancora
di nuovo il rito con un terzo… Ma intanto lo
sciroppo è finito: tiro disperatamente l’ultimo
sorso, la bocca subito asciutta. Nemmeno il
tempo di alzare uno sguardo smarrito, che già
mia madre ha riempito di nuovo il bicchiere
(però questo è l’ultimo, mi avverte).
La seconda tirata di cannuccia al biscotto è
molto più lenta, più centellinata. Mentre il
palato si delizia, gli occhi mandano al cervello
il messaggio d’allarme e di disperazione.
L’orzata sta finendo di nuovo!
Non ricordo per quanto tempo, distratto dalla
piacevolissima operazione, la tosse mi dà
tregua. Sembra addirittura che sia
miracolosamente passata. Ma poi torna indomita
all’assalto e pare quasi che si diverta a
scuotermi il petto, perfino più di prima.
Forse qualche volta, debbo confessarlo ora,
simulo una tosse che non c’è, o più forte di
quella che in effetti è. So che ad un certo
punto entra in azione lo sciroppo miracoloso: di
nuovo il bicchierone si colora di grigio
celeste; di nuovo i biscotti di Castellammare si
arrendono ai morsi ben assestati che li riducono
a cannucce perfette; di nuovo, con prontezza,
salvo la cannuccia dalla dissoluzione. E quasi
benedico la sorte che mi ha mandato una malattia
così, alleata dell’orzata: sento di poter
sopportare i colpi tremendi in petto se solo
immagino il nettare fluido che ancora una volta
risale attraverso i pori del biscotto e mi
giunge, rinfrescante e consolante, in bocca.
Ma non posso ancora congedarmi, nel ricordo,
dalla casa di Viale Malatesta 27. Mi sento
attirato in camera da letto, verso la finestra
sul giardino. Mi fermo, in religiosa attesa lì
davanti: qualcuno, molto importante, deve
arrivare. Ma non è Chico, ormai perso. E’ la
Befana.
Comincio ad aspettarla sin dall’inizio della
sera, anche se qualcuno mi ha detto che, per non
farsi vedere, arriva di notte, quando i bambini
sono ormai addormentati. Lo fa perché è troppo
brutta? Non penso che sia così. Non la immagino
con il naso enorme e adunco, le rughe profonde,
i nèi pelosi, il mento sporgente, i pochi denti
sporchi e storti, la voce roca. Per me non ha
volto, è tutta avvolta in una luce abbagliante.
Ed è perciò che non si vuole far vedere dai
bambini, per non fare loro male agli occhi.
Aspetto paziente, con la testa contro la
spalliera del letto, con gli occhi sbarrati che
poco alla volta si vogliono chiudere, già pronto
a serrare le palpebre per non farmi ferire dalla
luce fortissima che sono sicuro lei emana.
Aspetto, aspetto, le palpebre si fanno sempre
più pesanti. Ma, invece della luce, le tenebre
del sonno. Un sonno leggero e inquieto che si
interrompe più volte nella notte al pensiero del
chiarore tremendo che da un momento all’altro… E
invece no. Notte buia, nera.
Alla mattina, nella calza lunga gonfia
bitorzoluta di doni cerco una traccia di quella
luce che non ho avuto la forza di aspettare e
sorprendere. Mi sembra che i miei doni brillino
di colori stranamente vivi. E un poco mi consolo
della delusione, dello scorno per aver mancato
l’appuntamento con la vecchietta generosa.
La casa di Via Annella di Massimo, la casa della
pubertà, è segnata da due eventi drammatici. Il
terremoto del 1962. La caduta della nonna
Gelsomina.
Lo zio Mauro, separatosi dalla moglie, era
venuto ad abitare con noi. Architetto e
insegnante, era la mia guida culturale. I passi
di adolescente avido di conoscenze e concetti
procedevano con lui sui sentieri di misteriosi
saperi: la teoria dei colori, la percezione
visiva e la Gestalt, il rapporto forma-materia,
le tecniche di rappresentazione figurativa, le
grandezze del visibile... La nostra era una
palestra quotidiana per cervelli spugne.
Quel pomeriggio, nello studio, alla luce di una
lampada da tavolo a bracci mobili, leggevamo e
commentavamo una voce, non ricordo adesso quale,
dell’Enciclopedia dell’Arte. La luce d’un tratto
tremolò, intermittente. La guardammo perplessi e
riprendemmo il nostro pervicace indottrinamento.
Quand’ecco tutta la stanza fu scossa, con una
violenza selvaggia, inconfondibile. Zio Mauro
riunì la famiglia - mia nonna, mia mamma e mio
fratello - e ci condusse, forte della sua
competenza professionale, sotto l’architrave
della porta d’ingresso.
Ricordo che guardavo verso la porta che dava
nello studio. Era per metà aperta e, al di là,
attraverso la finestra, si vedeva il palazzo di
fronte, anch’esso in cemento armato, dove
abitava la zia Gianna con quattro figli. I due
palazzi, il nostro e il suo, oscillavano come
due fruste scosse da una gigantesca mano
furente. La cosa terribile, però, era che non si
muovevano in fase: quando il nostro palazzo si
piegava a sinistra, l’altro si inclinava a
destra, e viceversa. La somma dei due movimenti
era terrificante. Pensai che ci sarebbe stato il
crollo, che in una sola volta due famiglie,
unite e dirimpettaie, sarebbero scomparse.
Finita la prima scossa, scendemmo per le scale
e, dopo molti passi affrettati e confusi,
mischiati ad una folla smarrita, ci rifugiammo,
nella piazza dello stadio vomerese. A sera le
autorità ci fecero entrare e accampare là
dentro. Ricordo quella notte come un bellissimo
sogno di vertiginosa libertà podistica, di
vagheggiati record atletici, di sferzante aria
umida sul volto intrepido.
Ma in quella stessa casa di Via Annella di
Massimo si doveva compiere un dramma ben più
grave del terremoto. In quegli anni si usava
ancora, d’inverno, la borsa d’acqua calda nel
letto. Una disgraziata sera il tappo a vite non
fu chiuso ermeticamente: istintivamente la nonna
Gelsomina si ritrasse per sottrarsi al fiotto
bollente. Cadde, si fratturò un femore. Non poté
essere operata e fu costretta a lungo a letto.
Cominciò allora lo stillicidio delle piaghe da
decubito. Ricordo la nostra impotenza: la nonna
era piena di acciacchi, pesante; la frattura
stentava a saldarsi; il cosiddetto tarallo e il
talco a profusione potevano poco. Ricordo
soprattutto il dolore amaro di mia madre quando,
fra le grida di esasperazione, la nonna arrivava
a lanciare invettive contro di lei, come se
fosse la colpevole di tutto ciò e non colei che
si prodigava per alleviarne le sofferenze.
Erano tempi di ristrettezze economiche. Siccome
la nonna non poteva masticare la carne, se ne
estraeva il sugo per lei. La fibra sfruttata –
che oggi, in tempi di abbondanza e di sprechi,
semplicemente si butterebbe – la mangiavamo
noialtri: una suola secca che non voleva andare
giù e che collaborava a ribadiva il groppo in
gola per la trista sorte della nonna. Quando
infine riuscivo, non so come, a ingoiarla, mi
sentivo un piccolo eroe cristiano.
Poi venne il blocco renale. Fu necessario il
ricovero in ospedale. Quell’ultima fase
dell’agonia la vissi a distanza, bloccato a
letto perché mi ero beccato gli orecchioni. O
meglio l’orchite. Quella tragicomica complicanza
che aumenta il volume dei testicoli senza
possibilità di inorgoglirsene mentre,
minacciando una pancreatite, potenzialmente
fatale, costringe ad una quasi totale
immobilità.
C’è stata poi la prima casa da sposati, io e
Angela: la casa di Via De Mura. La nostra e
quella della dirimpettaia erano originariamente
una casa sola, che occupava tutto il piano, con
un ingresso principale ed uno di servizio. I
tramezzi che, in un processo di
ridimensionamento piccolo-borghese, avevano
realizzato il frazionamento dovevano essere
particolarmente sottili: dalla casa affianco si
sentiva tutto, ogni più piccolo rumore. Ma da lì
arrivava qualcosa di molto più grave:
filtravano, ad orde incontenibili, piccoli e
grandi scarafaggi. Quelli non passavano
attraverso i tramezzi. In soprannumero rispetto
ai pochi metri quadrati disponibili, stanchi ad
un certo punto di esplorare sempre lo stesso
territorio, ormai risaputo, decidevano di
sciamare sul pianerottolo in comune. E da lì,
approfittando della generosa e invitante fessura
fra il pavimento e la nostra porta, immigravano
baldanzosi, come un esercito fresco e pimpante.
Il tampone riempito di segatura, che ci
affrettammo a mettere e a pigiare contro i
varchi vulnerabili, non servì a molto.
Furono mesi di guerra campale. Il Baygon era
diventato il deodorante base delle nostre
quattro mura; il pavimento, disseminato di
scatolette diaboliche in cui le bestiacce
nerastre rimanevano intrappolate, orrendamente
incollate.
Il momento clou dell’horror è quella mattina in
cui Angela fa esperienza, su una gamba, del
tocco delicato di uno scarafaggetto,
intraprendente e testardo nel risalirla. Tocco
lieve sì, ma anche adesivo come rampicante su
muro inutilmente liscio. Può sembrare un sogno
d’angoscia, di quelli classici alla Freud, in
cui gridi e dalla gola non ti esce nemmeno un
flebile fiato. Ma non è un sogno. E Angela non
pensa nemmeno a gridare. Ci pensa la mano, a mo’
di mazza da golf, a scaraventare il piccolo
intruso, ignaro dell’umano disgusto, quanto più
lontano possibile. E, mentre ancora ripensa alla
piacevolezza della pelle muliebre, alla
tentazione irresistibile di arrampicarvisi,
l’ultima immagine della sua vita è una immane
suola che gli cala addosso.
La casa di Via De Mura ha anche un tocco
paranormale. Ma niente fantasmi o Poltergeist.
Protagonista è uno specchietto, di quelli da
trucco a due facce. Se ne sta tranquillo,
poggiato sull’armadio della camera da letto.
Tranquilli non stiamo invece noi, io e Angela.
E’ un momento di fortissima tensione (a causa di
una ragazza di cui mi sarei occupato un po’
troppo? Non ricordo più…) Siamo in cucina,
divisa dalla camera da letto da un lungo
corridoio.
Improvvisamente il silenzio fra noi si fa
pesante, denso. Come se tutte le parole non
dette (parole terribili che non si osa
pronunciare) si fossero ingorgate in gola.
Silenzio di secondi interminabili. Poi, un
rumore secco, lontano ma netto e limpido. Ci
guardiamo in faccia, e quello scambio di
perplessità sembra già accorciare la distanza
gelida fra noi, creare un timido ponte. Non
abbiamo idea di cosa sia, e cominciamo una
minuziosa, quasi timorosa perlustrazione della
casa. Solo dopo molti minuti troviamo in camera
da letto, sparpagliati sul pavimento, i cento
frammenti luccicanti.
Per non arrenderci all’inaudito, sentiamo il
bisogno di adoperarci in spiegazioni
ragionevoli. Che lo specchietto doveva stare in
bilico sul bordo dell’armadio (Angela ammette
che lei è il tipo che farebbe una cosa del
genere, io non oso confermare); che il traffico
di veicoli a motore o altre vibrazioni anomale
dell’edificio l’hanno fatto slittare fino a
cadere… Ma Angela sa che lo specchietto l’aveva
lasciato ben lontano dal bordo. Ed entrambi
sappiamo che sotto la casa non passano né
autobus né tir, e che i solai, in cemento armato
e tavelloni, non sono particolarmente elastici.
Sappiamo insomma che lo specchietto è caduto da
solo; che anzi è voluto cadere; che ha voluto
attirare la nostra attenzione. Rompendosi,
rompere il nostro silenzio sordo. Infatti,
subito tutto si stempera. Lentamente torniamo
alla normalità di una giovane coppia.
E poi ci sono case di vacanza, come la villetta
di fronte a Torre Materita ad Anacapri. Lì
abbiamo abitato soltanto per poco più di un
anno. Ma è stato come viverci un decennio. Un
legame che ancora adesso, a tanti anni di
distanza, perdura. Però non possiamo tornarci,
per via dei gatti. Ma raccontiamo tutto in
ordine.
La villetta sorge di fronte ad una delle vaste
residenze del celeberrimo Axel Munthe. Questo le
conferisce, per riflesso, una dignità
sicuramente superiore a quella cui potrebbe
aspirare in ragione dei suoi caratteri: una
banale costruzione a due piani, costretta in un
piccolo lotto, storto e tangente ad una stradina
battuta da auto e motocicli. Motori scappamenti
clacson infernali. Una piccola patria del
fracasso e dell’inquinamento urbano dentro la
grande patria della pace anacaprese, tanto
aliena dalla pretenziosa e voyeuristica Capri.
Da Torre Materita non giungevano suoni, voci,
rumori. Proprietà di settentrionali quasi sempre
assenti, pareva disabitata. I pochi contadini e
coloni ne occupavano i terrazzamenti più lontani
da noi, conducendo una vita tanto laboriosa
quanto discreta. Arrivava però improvviso, a
zaffate dense da togliere il respiro, un odore
singolare. In quanto cittadini digiuni della
campagna, ci sembrò all’inizio una puzza
misteriosa, ma che poi imparammo a riconoscere,
ad accettare, perfino ad apprezzare: l’odore
della cacca di vacca.
Solo in seguito, quando conoscemmo Elio ed
Erika, contadini erboristi e apicultori della
Migliara, imparammo le prodigiose proprietà di
quegli escrementi. Se uno soffriva di asma o di
altri disturbi respiratori, bastava rinchiuderlo
nella stalla e sottoporlo alla prolungata
inalazione di quei vapori ricchi di ammoniaca.
La guarigione era assicurata, e pure in breve
tempo. Anche io e Angela, seppure dotati di
respirazione regolare e ben restii alla
prova-stalla, cominciammo ad inspirare a pieni
polmoni, come zelanti salutisti, quella benefica
puzza che i generosi venti locali ci offrivano.
Da Elio ed Erika incontrai, poi, Valentina.
Colei che si mostrò subito attirata da me, fin
quasi ad innamorarsi. Ma non pensate a male: era
soltanto un’altra mucca. La sua fu una passione
molto breve: un giorno fu presentata a Furore,
un toro dalle prestazioni all’altezza delle
aspettative e del prezzo, e da allora non mi
degnò più, da dentro al suo recinto, che di
qualche raro sguardo svogliato.
Quelli che invece amavano pazzamente me, Angela,
e soprattutto la carne del nostro barbecue,
erano i gatti della zona. Con in testa Cenerilla,
una madre iperprotettiva e furbastra. Al
diffondersi delle prime volute di profumo di
arrosto, chiamava i figli con un acuto miagolio
iterativo. Subito le piccole pesti spuntavano da
ogni parte. E quel profumo, intriso di alloro,
era davvero irresistibile. (La signora che ci
aveva affittato la villetta era figlia di una
“maga” e aveva fatto piantare nel giardino i tre
alberi canonici dall’influsso benefico: l’ulivo,
il mirto e, appunto, l’alloro.)
Cenerilla, per i suoi figli, fregava la pappa al
cane dei contadini di Torre Materita. La sua
intelligenza amorosa ci si rivelò in tutta la
sua potenza quando decidemmo di indagare sul
nascondiglio che aveva scelto per i suoi
neonati. Un pomeriggio la vedemmo arrivare con
in bocca quello che sembrava, a prima vista, un
grosso topo. Ma invece era uno dei suoi pargoli,
che ci onorò di sistemare nel bagno di servizio,
dietro la lavatrice. Poi si affrettò a tornare
indietro: evidentemente per portare il secondo.
E fu allora che, con passi felpati,
atteggiandoci a gatti, sia pure enormi e
sgraziati, la seguimmo dentro Torre Materita.
Nella zona delle stalle la vedemmo dirigersi
cauta ma anche determinata verso una pedana di
legno, ricoperta di paglia, rialzata di una
diecina di centimetri da terra. E lì sotto, dopo
essersi guardata ben bene in giro, si infilò
acquattandosi disinvolta e agile. Quale
nascondiglio migliore per i suoi piccoli
indifesi? Lì stavano al caldo, non visti e,
seppure il cane li avesse individuati, non
avrebbe potuto che infilarci appena la punta del
muso.
Dopo qualche minuto cavò da là sotto un secondo
fagottino e, ansimante, seguendo un percorso
ormai collaudato, lo portò alla nuova tana,
dietro la lavatrice. E così per altre tre volte.
La nostra prima prova di famiglia felina
allargata.
Quando siamo tornati, dopo alcuni anni, quei
gatti ci hanno riconosciuto dal rumore del
motore, ancor prima che scendessimo dall’auto. E
subito si sono avviati verso la casa, ignari che
noi non potevamo entrarci, che non abitavamo più
lì. Siamo rimasti al di qua del cancello,
incapaci di sostenere lo sguardo attonito.
Schierati dall’altra parte, non capivano e
chissà cosa pensavano di noi. Poi ci siamo
accostati, abbiamo infilato le mani fra le
sbarre, abbiamo cercato di indurli ad
avvicinarsi e a farsi carezzare. Ma loro
rimanevano fermi, composti nella severa dignità,
perplessi o perfino addolorati. Ogni tanto
inclinavano il capo di lato, la loro maniera di
domandare perché mai… Abbiamo proteso ancora di
più le mani, agitato le dita per stimolare
l’istinto del gioco e della caccia. Ma loro sono
rimasti imperterriti, offesi dall’ingenuo
tentativo di inganno, lo sguardo ormai più
triste che interdetto.
Io e Angela ci siamo detti, con uno scambio
veloce di occhiate, la nostra angoscia
insopportabile. E siamo risaliti in auto in
fretta. In fretta siamo andati via. Senza il
coraggio di guardare se i gatti erano usciti dal
cancello per un ultimo saluto. A Torre Materita
non ci siamo più tornati. Non ci torneremo più.
Tutta Capri ha assunto la tonalità della
mestizia, per noi. E Procida è diventata la
nostra isola. Lì abbiamo preso casa, fissato la
residenza. Ma la casa di Napoli, la casa di Via
Toma, non ci si è rassegnata. E lotta per
riprendere il predominio, anzi il dominio
assoluto.
La sua tattica è ostentare le proprie qualità,
sottolineare i difetti della rivale. Così,
oppone i suoi ottanta metri quadri, ottimi per
una coppia senza figli, agli ottanta metri
quadri dell’altra, largamente insufficienti per
contenere l’invadenza e la prolificità della
famiglia felina. Oppone la propria tranquillità
residenziale elegantemente medio-borghese alla
tranquillità rozzamente campagnola e contadina
della rivale. Oppone la sua dotazione, oltre un
muro di cinta, del verde incontaminato e
protetto di Villa Lucia e della Floridiana, al
precario patrimonio dei campi, sempre a rischio
di case abusive, alle spalle della casa di
Procida. Procida dove l’attività edilizia non si
arresta mai, dove i muratori la notte non
dormono.
E infatti una mattina, oltre il giardinetto ed
il piccolo orto, mi sembra di scorgere un velo
di foschia. Ma non si tratta di un fenomeno
naturale. Mi stropiccio gli occhi, guardo meglio
e vedo una sagoma rettangolare grigia compatta
lunga che cancella dallo sguardo la profondità
indefinita dei campi, che uccide l’illusione di
una infinita campagna avvolgente. Sagoma banale
e perentoria che sembra ben più vicina dei
trenta metri che ci dividono.
E so subito che in questo momento qualcuno, anzi
qualcuna, gioisce. Gioisce lontano. Ma fin qui
posso sentire il suo sorrisetto sardonico, prima
sommesso e sincopato come tenue vibrazione, poi
non più sorriso, riso invece, anzi sghignazzo
protervo, amplificato fino a scomposta sequenza
di scosse incontenibili. Rivalsa sull’altra
casa: limitata, circondata, assediata infine dal
nuovo frutto dell’andazzo abusivista. Ferita e
svalutata.
Sa, la casa di Via Toma, che tornerò a lei
pronto ad apprezzare di più, adesso, il fondale
intatto di Villa Lucia, la sua profondità che
rimanda a quella, perfino maggiore, della
Floridiana, dietro e oltre.
Non è esagerato se paragono la mia pendolarità
fra la casa di Napoli e quella di Procida al
barcamenarsi di un marito fra moglie e amante.
Dove la.moglie, una moglie paziente che aspetta
che il marito si stanchi dell’amante, è la casa
di Napoli (almeno, così lei pensa e pretende).
Al fedifrago capita, come testimonia una lunga
incontrastata tradizione, di confondersi, con
grave pericolo di tradirsi: bisbigliare in sogno
il nome dell’amante mentre dorme con la moglie;
sbagliarsi sul colore di un vestito, sulla
foggia di un gioiello, sull’orario di un
appuntamento; o ancora, sui cibi preferiti (“Da
quando in qua ti piace tanto la lasagna?” – “Ma
che dici? Se io ci sono sempre andata pazza!”) o
sull’attore dei suoi sogni.
Analogamente, cerco nel primo cassetto in alto,
nella casa di Procida, il cavatappi, ma è nella
casa di Napoli che sta in quella posizione. O mi
meraviglio, svegliandomi, di non trovare gli
occhiali sulla mensola alle spalle del cuscino,
e ci metto parecchi secondi per rendermi conto
che invece sto a Procida dove, dietro il
cuscino, non c’è che la testata del letto. O
addirittura mi metto a cercare un gatto nella
casa di Napoli, che non ha ospiti felini,
quand’è a Procida che ne ho ben quindici e mi
tocca contarli e fare controlli e bilanci.
E come il marito con amante confonde e fonde le
due donne in un’unica compagna ottimale, e anche
per questo rimane con il piede in due staffe,
non si decide a lasciare l’una per l’altra, così
io confondo e fondo le qualità e i pregi delle
due case. Mi sembra di aver raggiunto la
felicità quando dimentico che sono distinte e
separate, a chilometri di distanza, e mi lascio
cullare nell’immagine di una terza casa che le
riassume e le supera.
Vano tentativo. Subito la casa di Napoli
riprende la guerriglia della moglie fedele
contro l’amante puttana. E ritorna a
sottolineare ogni impiccio, ogni turbamento,
ogni guaio che l’altra mi procura.
Ora, mentre apro cauto la porta, sento la casa
di Via Toma ancora una volta, come negli ultimi
giorni, serena sorniona attendista. Come una
grande gatta paziente. Sento che aspetta
fiduciosa che l’altra mi espella,
definitivamente. Con i logoranti pettegolezzi e
dispetti dei vicini, con l’assedio delle case
abusive, con il dilagare roboante dei motorini,
con il paludoso provincialismo degli indigeni,
con l’ostilità verso il forestiero che non si
lascia assimilare. Infine, con l’invadenza
arrivista dei gatti, sempre più padroni,
menefreghisti spavaldi tracotanti, dei quattro
vani e giardinetto.
FINE
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