I racconti di:

Claudio Cajati

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Indice racconti

» L'una e l'altra Floridiana
» Case Mie
» Palazzo Guarracino
» La Montagna di Zucchero
» La Zanzara di Francesco
» Los dorados
» Voci antiche da Terra Murata
» Amaro mare mio
» Il messaggio in bottiglia
» La favola del pesce gatto


Case mie



Lo sento, ben prima di aprire la porta inutilmente corazzata. Prima di infilare la chiave nella toppa troppo vicina alla bussola. Prima di affrontare il rampante che conduce all’appartamento rialzato. Perfino prima di entrare proprio nel palazzo. Lo sento che la casa di Napoli è triste. Anzi ammusonita. Addirittura ostile.
Ed ho un attimo di esitazione, allora, prima di spingere e addentrarmi. Come se ci fosse un pericolo, o almeno una insidia. Sento l’odore di chiuso, di tiepido, delle troppe sigarette di Angela, di balconi e finestre a lungo lasciati chiusi. E penso che questo è il tanfo dell’abbandono, l’umore malinconico e rancoroso che lentamente stilla, nelle lunghe ore solitarie, dalle pareti orfane di passi voci gesti. Le pareti che ora mi scrutano e mi studiano; che forse già mi interrogano per carpire qualcosa dell’altra casa, l’altra che ha preso, sorprendentemente, il sopravvento.
Casa di terra e di collina, questa; casa di isola pianeggiante, quella. Urbana pur se lambita di generoso verde, l’una; campagnola immersa in orti e limoneti, l’altra. Matura di più di vent’anni di accoglienza, la prima; giovane di appena quattro anni di nuova residenza, la seconda. Condominiale in palazzaccio multipiani anni ‘50, la partenopea; condominiale in basso casale antico, la procidana. Compíta professionale ridotta all’essenziale, la casa di Napoli; cordiale approssimativa colma di cianfrusaglie e di gatti, la casa di Procida.
Quattro anni che mi divido, pendolare frenetico, fra l’una e l’altra. La casa isolana non se ne importa niente di quella continentale. La ignora e le basta per vivere contenta. Ma per la casa di Via Toma non è così.. Lei si sente tradita, abbandonata, soppiantata. E da un po’ di tempo ha iniziato a mandare segnali. Inequivocabili. Minacciosi.
La storia dei libri mancanti, per esempio. Per quanto li cerchi con attenzione, non li trovo. Libri che sono sicuro di avere; sicuro di non averli persi; sicuro di non averli prestati; sicuro di non averli portati nella casa di Procida. Eppure non li trovo. Penso allora che la casa li faccia sparire (talvolta temporaneamente, perché poi li ritrovo, in un’altra posizione però). O addirittura penso che li distrugga, per farmi dispetto, per farmi disperare. Per punirmi del tradimento. Posso mettere le librerie sottosopra, farle spillo spillo, cercare in tutti gli armadi e i cassetti, perfino nella lavastoviglie, nella lavatrice, nel forno o nella pattumiera. Niente, i libri non ci sono più!
Non so come faccia, ma la casa di Via Toma lo sa che desidero tornare dall’altra. Che solo un’ora di traghetto mi basta per raggiungerla, per consegnarmi al silenzio rurale, alle voci animali, alla distesa verde oltre il piccolissimo orto che, senza un fondale a dare la misura della profondità, sembra sconfinata. Su un’isola, in mezzo al mare ma, ancora più dentro, circondato dalla fertile umida grassa terra dove quindici gatti la fanno da padroni, occupando i posti chiave, sedie, divani, letto, tavoli, credenza, frigo. La casa dove il riscaldamento ha il profumo della legna del camino, dove ci si lascia ipnotizzare dalle lingue di fuoco, dalle braci rosa rovente; dove la frittatina si fa con uova, ancora sporche di cacca, della propria gallina.
La casa procidana significa licenza di rilassarsi, anche quando si studia. Inopinata apertura della vita ad un’altra, rischiosa dimensione: forse perdita del controllo intellettuale a favore degli automatismi naturali, forse eclissi delle inibizioni a favore di un eros cosmico, forse ironia pigra contro accanimento carrierista e a favore di un ritorno ad ancestrali animalità.
La casa di Via Toma lo sa tutto questo. E s’industria di trattenermi. Per questo nasconde i libri: perché rimanga a lungo a cercarli, perché torni ad esplorarla con interesse. Un interesse che le piace pensare sia premura. Per questo all’ultimo momento mi fa sparire perfino le chiavi: perché non posso mica tirarmi la porta e basta. Per questo tira fuori, come gemiti strazianti, strani rumori che possono alludere a guasti negli impianti, a cedimenti strutturali, o a chissà quali altri accidenti.
Perché le case sono vive. Amano e soffrono; desiderano e sono gelose. Si fanno umane per comunicare con gli umani. E vogliono un posto nella nostra memoria.
D’un tratto avverto che tutte le case della mia vita stavano aspettando, da tanto tempo, che mi ricordassi di loro. Mi si sono parate davanti reclamando, con fermezza e con emozione, che raccontassi di loro. Almeno qualche episodio della mia vita con loro. Non ho potuto rifiutarmi, anzi sono stato contento di acconsentire.
Della casa di Viale Malatesta 21, la casa dove sono nato, ricordo solo frammenti di scene, sprazzi figurati in una nebbia tenace. E’ una fortuna che la mente abbia questa possibilità di dimenticare quasi tutto: lasciare rilievo, protagonismo alle poche immagini, alle poche sequenze che restano. (Ma restano, o siamo noi, dopo anni, a ricostruirle e, ricostruendole, a inventarle quasi?).
Ricordo vasi di fiori grandi, enormi, sul terrazzo a cui salivo per gradini altissimi. Vasi disposti a gruppi a formare un percorso a slalom, a pochi centimetri dai miei occhi di bambinetto in triciclo. Io che pedalo accanitamente, sicuro di non cadere, e sterzo col piccolo manubrio e mi eccito ad evitare gli ostacoli, a provare la forza centrifuga nelle curve ad alta velocità, ad accelerare rabbiosamente negli spazi liberi per poi di botto frenare. Io tutt’uno con il mio triciclo tanto che non ricordo niente del mio piccolo corpo (i vestitini immancabilmente celesti, caldi il giusto o anche troppo, vengono alla memoria di oggi da altre fonti, dalle foto in bianco e nero che mia madre acquerellava, con paziente abilità, in limpide tinte luminose). Ricordo invece il triciclo sotto di me come il mio corpo stesso, piedi e pedali fusi nello stesso movimento continuo che d’un tratto si fa nervoso scomposto esplosivo per troppa voglia di competizione, con me stesso e verso chi guarda, verso mia madre che mi osserva pronta a incoraggiarmi, a lodarmi, addirittura ad esaltarmi.
Poi ci sono le sorbe. Vedo una scena in cui le mangio in terrazzo, ma la nonna non è riuscita nel miracolo di farle crescere là sopra. Le sorbe nel ricordo sono odore intenso che fa fremere le piccole narici, sono pasta cedevole né dolce né aspra ma al limite della dolcezza e dell’asprezza, in un territorio del sapore che non ha per me aggettivi possibili. Posso solo dire la sensazione di una ritrosia boscosa, di un equilibrio prezioso, di una sensuale, moderatamente sensuale vulnerabilità del corpo molle sotto la buccia sottile che d’improvviso cede alle unghie ostinate e, dopo, l’aroma scontroso e fine non mi rimane solo in bocca ma anche sulle mani che tardo a lavarmi per annusarle a lungo.
Ricordo ancora, di questa prima casa, il soppalco della cucina. In legno smaltato bianco, offre verso il basso, a me che lo vedo altissimo, il lato luminoso ed ovvio. Ma ciò che importa è il sopra. Una penombra carica di roba accumulata. Ci si accede con una stretta scala a chiocciola che cigola sotto il peso degli adulti. Io invece posso salirla senza far rumore, ma solo quando non c’è nessuno che mi veda. E mi affaccio là sopra dove, orridamente attratto, immagino enormi ragni lucidi sgusciare fra scatole e cianfrusaglie, e magari un topino, poi topo, poi topone, stare ben acquattato, nutrendosi di quel che gli capita, per sottrarsi all’agilità di Fuffo.
Già, Fuffo, il nostro gatto dalle grinfie fulminee. E si forma subito un’altra scena. Ma questa non sono sicuro di averla mai vista, non sono sicuro che non sia altro che un racconto di mia madre, un episodio a cui mi dispiaceva troppo non aver assistito… La porta del bagno è socchiusa, e da dentro si sentono strani rumori, come dei colpi ovattati. Niente di duro, di spigoloso, contro la grande vasca di porcellana. Colpi energici, adesso ripetuti in rapida sequenza, poi intervallati da lunghi silenzi misteriosi. Mi affaccio timidamente. Vedo Fuffo che è diventato quasi il doppio, il pelo ritto che sembra uscito dalla centrifuga di una lavatrice, in piedi sulle zampe posteriori, gli occhi sgranati eccitati avidi, con una delle zampe anteriori reggersi sul bordo della vasca e con l’altra ogni tanto affondarvi dentro. Ad ogni serie di colpi sento uno sciacquettare, come un sollevarsi di piccole onde. Ma Fuffo non è un gatto? E i gatti non fuggono l’acqua? E poi, se nessuno si deve fare il bagno, perché la vasca è piena?
Mi avvicino cauto, sperando e non sperando che nella vasca ci sia un mostro e che Fuffo, eroico e generoso, lo stia combattendo per salvarci. Mi lancia un’occhiata severa, è molto contrariato: “Vattene via tu, piccolo moccioso!” sembra dirmi. Ma ormai devo avvicinarmi di più e guardare. Guardo. E vedo che i mostri sono tanti! Tanti serpenti che nuotano! La presenza di Fuffo mi dà il coraggio di sporgermi di più e di osservarli meglio. E mi rendo conto che non sono serpenti di terra. Questi sono quei serpenti d’acqua che la mamma ha comprato per il pranzo di Natale e che ha chiamato capitoni. Io ricordo, Fuffo agisce.
D’un tratto mi trovo un capitone gigante quasi addosso: arpionato dal gatto la cui coda, nel frattempo, è diventata larga come un cespuglio. Nonostante il serpeggiare sinuoso del mostro, Fuffo sembra poter aver presto la meglio nella battaglia sul pavimento. Ma la battaglia dura pochissimo: la mamma accorre ai miagolii bellicosi del gatto e, con grandissimo dispiacere del poverino, gli sottrae la preda destinata alle nostre ganasce. A Natale io e Fuffo ci rifiutiamo di far parte della compagnia dei commensali: io perché i mostri, sia pure fatti a pezzettini e cucinati a dovere, sempre mostri restano; Fuffo perché, ancora offeso, ci tiene a mantenere il broncio il più a lungo possibile.
La casa di Viale Malatesta 27 è già tutta in un nome: Chico. Chico che veniva a bussare ai vetri, col movimento alternato insistito delle zampe, a chiedere di giocare, ancora una volta, con la palla di carta legata al filo che gli facevo ballonzolare davanti e a cui, per il suo sfizio, per la mia gioia, imprimevo improvvisi scarti di direzione e di velocità per eccitare il suo istinto felino. Chico dal mantello tigrato marrone scuro, Chico sodo tondo maschione che un giorno non venne più. E la mia anima di bambino conobbe l’angoscia. Non poter sapere se fosse morto o se l’avessero rapito perché troppo bello, bello da mangiare di baci e di morsi. Non ricordo per quante volte tornai al vetro di quella finestra, davanti al giardinetto, sul cui davanzale egli compariva d’un tratto con la sua sagoma sontuosa, il suo manto prezioso. Il riquadro trasparente che più non graffiavano con innocente testardaggine le zampe larghe tiepide vellutate. Quell’incontro, congelato nella memoria, come forma ideale della felicità. Un’amicizia di gesti senza parole, due innocenze accomunate nel gioco. Sempre uguale, come se avesse raggiunto la perfezione senza tempo.
C’è un’altra scena che per me riassume la casa di Viale Malatesta 27. Sono in cucina e tossisco, una tosse stizzosa e profonda. Una tosse che a brevi intervalli mi squassa il piccolo petto di ragazzo. Devo avere sette o otto anni. Mia madre mi mette davanti un alto bicchiere ricolmo di un liquido grigio celeste lattiginoso. Dal profumo dolcissimo che rapidamente mi invade le narici, so che è orzata, la mia adorata orzata. Mia madre sa che ci vado pazzo e me la offre assicurandomi che mi farà bene alla gola, che mi calmerà la tosse convulsiva che mi ha preso e non mi vuole mollare.
Ma non si tratta semplicemente di bere. Ecco un modo per aggiungere, alla soddisfazione della gola, anche il divertimento. Divertimento che prende una forma cilindrica, un sapore a sua volta dolce: un biscotto di Castellammare. Ottimo da intingere, dopo aver troncato con appositi morsi le estremità, perché fa benissimo da cannuccia. Ricordo ancora, come se fosse proprio adesso, la goduria del liquido ristoratore che risale nel tubo poroso e mi arriva copioso in bocca. Quando mi accorgo che il condotto, ormai inzuppato, si sta sfaldando, lo tiro fuori dal bicchierone, ne mangio la parte molle che da un momento all’altro crolla, e torno ad intingerne la parte dura, una cannuccia adesso tanto più corta che mi costringe con il muso appena sopra il bicchiere ed il naso che aspira ancora più da vicino i dolci vapori.
Poi anche la seconda metà del biscotto a cannuccia si spappola in una succosa pappetta. Allora ne prendo un altro, di nuovo gli tronco le estremità, lo intingo, lo mordo per accorciarlo, ne faccio cannuccia corta. E ancora di nuovo il rito con un terzo… Ma intanto lo sciroppo è finito: tiro disperatamente l’ultimo sorso, la bocca subito asciutta. Nemmeno il tempo di alzare uno sguardo smarrito, che già mia madre ha riempito di nuovo il bicchiere (però questo è l’ultimo, mi avverte).
La seconda tirata di cannuccia al biscotto è molto più lenta, più centellinata. Mentre il palato si delizia, gli occhi mandano al cervello il messaggio d’allarme e di disperazione. L’orzata sta finendo di nuovo!
Non ricordo per quanto tempo, distratto dalla piacevolissima operazione, la tosse mi dà tregua. Sembra addirittura che sia miracolosamente passata. Ma poi torna indomita all’assalto e pare quasi che si diverta a scuotermi il petto, perfino più di prima.
Forse qualche volta, debbo confessarlo ora, simulo una tosse che non c’è, o più forte di quella che in effetti è. So che ad un certo punto entra in azione lo sciroppo miracoloso: di nuovo il bicchierone si colora di grigio celeste; di nuovo i biscotti di Castellammare si arrendono ai morsi ben assestati che li riducono a cannucce perfette; di nuovo, con prontezza, salvo la cannuccia dalla dissoluzione. E quasi benedico la sorte che mi ha mandato una malattia così, alleata dell’orzata: sento di poter sopportare i colpi tremendi in petto se solo immagino il nettare fluido che ancora una volta risale attraverso i pori del biscotto e mi giunge, rinfrescante e consolante, in bocca.
Ma non posso ancora congedarmi, nel ricordo, dalla casa di Viale Malatesta 27. Mi sento attirato in camera da letto, verso la finestra sul giardino. Mi fermo, in religiosa attesa lì davanti: qualcuno, molto importante, deve arrivare. Ma non è Chico, ormai perso. E’ la Befana.
Comincio ad aspettarla sin dall’inizio della sera, anche se qualcuno mi ha detto che, per non farsi vedere, arriva di notte, quando i bambini sono ormai addormentati. Lo fa perché è troppo brutta? Non penso che sia così. Non la immagino con il naso enorme e adunco, le rughe profonde, i nèi pelosi, il mento sporgente, i pochi denti sporchi e storti, la voce roca. Per me non ha volto, è tutta avvolta in una luce abbagliante. Ed è perciò che non si vuole far vedere dai bambini, per non fare loro male agli occhi.
Aspetto paziente, con la testa contro la spalliera del letto, con gli occhi sbarrati che poco alla volta si vogliono chiudere, già pronto a serrare le palpebre per non farmi ferire dalla luce fortissima che sono sicuro lei emana. Aspetto, aspetto, le palpebre si fanno sempre più pesanti. Ma, invece della luce, le tenebre del sonno. Un sonno leggero e inquieto che si interrompe più volte nella notte al pensiero del chiarore tremendo che da un momento all’altro… E invece no. Notte buia, nera.
Alla mattina, nella calza lunga gonfia bitorzoluta di doni cerco una traccia di quella luce che non ho avuto la forza di aspettare e sorprendere. Mi sembra che i miei doni brillino di colori stranamente vivi. E un poco mi consolo della delusione, dello scorno per aver mancato l’appuntamento con la vecchietta generosa.
La casa di Via Annella di Massimo, la casa della pubertà, è segnata da due eventi drammatici. Il terremoto del 1962. La caduta della nonna Gelsomina.
Lo zio Mauro, separatosi dalla moglie, era venuto ad abitare con noi. Architetto e insegnante, era la mia guida culturale. I passi di adolescente avido di conoscenze e concetti procedevano con lui sui sentieri di misteriosi saperi: la teoria dei colori, la percezione visiva e la Gestalt, il rapporto forma-materia, le tecniche di rappresentazione figurativa, le grandezze del visibile... La nostra era una palestra quotidiana per cervelli spugne.
Quel pomeriggio, nello studio, alla luce di una lampada da tavolo a bracci mobili, leggevamo e commentavamo una voce, non ricordo adesso quale, dell’Enciclopedia dell’Arte. La luce d’un tratto tremolò, intermittente. La guardammo perplessi e riprendemmo il nostro pervicace indottrinamento. Quand’ecco tutta la stanza fu scossa, con una violenza selvaggia, inconfondibile. Zio Mauro riunì la famiglia - mia nonna, mia mamma e mio fratello - e ci condusse, forte della sua competenza professionale, sotto l’architrave della porta d’ingresso.
Ricordo che guardavo verso la porta che dava nello studio. Era per metà aperta e, al di là, attraverso la finestra, si vedeva il palazzo di fronte, anch’esso in cemento armato, dove abitava la zia Gianna con quattro figli. I due palazzi, il nostro e il suo, oscillavano come due fruste scosse da una gigantesca mano furente. La cosa terribile, però, era che non si muovevano in fase: quando il nostro palazzo si piegava a sinistra, l’altro si inclinava a destra, e viceversa. La somma dei due movimenti era terrificante. Pensai che ci sarebbe stato il crollo, che in una sola volta due famiglie, unite e dirimpettaie, sarebbero scomparse.
Finita la prima scossa, scendemmo per le scale e, dopo molti passi affrettati e confusi, mischiati ad una folla smarrita, ci rifugiammo, nella piazza dello stadio vomerese. A sera le autorità ci fecero entrare e accampare là dentro. Ricordo quella notte come un bellissimo sogno di vertiginosa libertà podistica, di vagheggiati record atletici, di sferzante aria umida sul volto intrepido.
Ma in quella stessa casa di Via Annella di Massimo si doveva compiere un dramma ben più grave del terremoto. In quegli anni si usava ancora, d’inverno, la borsa d’acqua calda nel letto. Una disgraziata sera il tappo a vite non fu chiuso ermeticamente: istintivamente la nonna Gelsomina si ritrasse per sottrarsi al fiotto bollente. Cadde, si fratturò un femore. Non poté essere operata e fu costretta a lungo a letto.
Cominciò allora lo stillicidio delle piaghe da decubito. Ricordo la nostra impotenza: la nonna era piena di acciacchi, pesante; la frattura stentava a saldarsi; il cosiddetto tarallo e il talco a profusione potevano poco. Ricordo soprattutto il dolore amaro di mia madre quando, fra le grida di esasperazione, la nonna arrivava a lanciare invettive contro di lei, come se fosse la colpevole di tutto ciò e non colei che si prodigava per alleviarne le sofferenze.
Erano tempi di ristrettezze economiche. Siccome la nonna non poteva masticare la carne, se ne estraeva il sugo per lei. La fibra sfruttata – che oggi, in tempi di abbondanza e di sprechi, semplicemente si butterebbe – la mangiavamo noialtri: una suola secca che non voleva andare giù e che collaborava a ribadiva il groppo in gola per la trista sorte della nonna. Quando infine riuscivo, non so come, a ingoiarla, mi sentivo un piccolo eroe cristiano.
Poi venne il blocco renale. Fu necessario il ricovero in ospedale. Quell’ultima fase dell’agonia la vissi a distanza, bloccato a letto perché mi ero beccato gli orecchioni. O meglio l’orchite. Quella tragicomica complicanza che aumenta il volume dei testicoli senza possibilità di inorgoglirsene mentre, minacciando una pancreatite, potenzialmente fatale, costringe ad una quasi totale immobilità.
C’è stata poi la prima casa da sposati, io e Angela: la casa di Via De Mura. La nostra e quella della dirimpettaia erano originariamente una casa sola, che occupava tutto il piano, con un ingresso principale ed uno di servizio. I tramezzi che, in un processo di ridimensionamento piccolo-borghese, avevano realizzato il frazionamento dovevano essere particolarmente sottili: dalla casa affianco si sentiva tutto, ogni più piccolo rumore. Ma da lì arrivava qualcosa di molto più grave: filtravano, ad orde incontenibili, piccoli e grandi scarafaggi. Quelli non passavano attraverso i tramezzi. In soprannumero rispetto ai pochi metri quadrati disponibili, stanchi ad un certo punto di esplorare sempre lo stesso territorio, ormai risaputo, decidevano di sciamare sul pianerottolo in comune. E da lì, approfittando della generosa e invitante fessura fra il pavimento e la nostra porta, immigravano baldanzosi, come un esercito fresco e pimpante. Il tampone riempito di segatura, che ci affrettammo a mettere e a pigiare contro i varchi vulnerabili, non servì a molto.
Furono mesi di guerra campale. Il Baygon era diventato il deodorante base delle nostre quattro mura; il pavimento, disseminato di scatolette diaboliche in cui le bestiacce nerastre rimanevano intrappolate, orrendamente incollate.
Il momento clou dell’horror è quella mattina in cui Angela fa esperienza, su una gamba, del tocco delicato di uno scarafaggetto, intraprendente e testardo nel risalirla. Tocco lieve sì, ma anche adesivo come rampicante su muro inutilmente liscio. Può sembrare un sogno d’angoscia, di quelli classici alla Freud, in cui gridi e dalla gola non ti esce nemmeno un flebile fiato. Ma non è un sogno. E Angela non pensa nemmeno a gridare. Ci pensa la mano, a mo’ di mazza da golf, a scaraventare il piccolo intruso, ignaro dell’umano disgusto, quanto più lontano possibile. E, mentre ancora ripensa alla piacevolezza della pelle muliebre, alla tentazione irresistibile di arrampicarvisi, l’ultima immagine della sua vita è una immane suola che gli cala addosso.
La casa di Via De Mura ha anche un tocco paranormale. Ma niente fantasmi o Poltergeist. Protagonista è uno specchietto, di quelli da trucco a due facce. Se ne sta tranquillo, poggiato sull’armadio della camera da letto. Tranquilli non stiamo invece noi, io e Angela. E’ un momento di fortissima tensione (a causa di una ragazza di cui mi sarei occupato un po’ troppo? Non ricordo più…) Siamo in cucina, divisa dalla camera da letto da un lungo corridoio.
Improvvisamente il silenzio fra noi si fa pesante, denso. Come se tutte le parole non dette (parole terribili che non si osa pronunciare) si fossero ingorgate in gola. Silenzio di secondi interminabili. Poi, un rumore secco, lontano ma netto e limpido. Ci guardiamo in faccia, e quello scambio di perplessità sembra già accorciare la distanza gelida fra noi, creare un timido ponte. Non abbiamo idea di cosa sia, e cominciamo una minuziosa, quasi timorosa perlustrazione della casa. Solo dopo molti minuti troviamo in camera da letto, sparpagliati sul pavimento, i cento frammenti luccicanti.
Per non arrenderci all’inaudito, sentiamo il bisogno di adoperarci in spiegazioni ragionevoli. Che lo specchietto doveva stare in bilico sul bordo dell’armadio (Angela ammette che lei è il tipo che farebbe una cosa del genere, io non oso confermare); che il traffico di veicoli a motore o altre vibrazioni anomale dell’edificio l’hanno fatto slittare fino a cadere… Ma Angela sa che lo specchietto l’aveva lasciato ben lontano dal bordo. Ed entrambi sappiamo che sotto la casa non passano né autobus né tir, e che i solai, in cemento armato e tavelloni, non sono particolarmente elastici. Sappiamo insomma che lo specchietto è caduto da solo; che anzi è voluto cadere; che ha voluto attirare la nostra attenzione. Rompendosi, rompere il nostro silenzio sordo. Infatti, subito tutto si stempera. Lentamente torniamo alla normalità di una giovane coppia.
E poi ci sono case di vacanza, come la villetta di fronte a Torre Materita ad Anacapri. Lì abbiamo abitato soltanto per poco più di un anno. Ma è stato come viverci un decennio. Un legame che ancora adesso, a tanti anni di distanza, perdura. Però non possiamo tornarci, per via dei gatti. Ma raccontiamo tutto in ordine.
La villetta sorge di fronte ad una delle vaste residenze del celeberrimo Axel Munthe. Questo le conferisce, per riflesso, una dignità sicuramente superiore a quella cui potrebbe aspirare in ragione dei suoi caratteri: una banale costruzione a due piani, costretta in un piccolo lotto, storto e tangente ad una stradina battuta da auto e motocicli. Motori scappamenti clacson infernali. Una piccola patria del fracasso e dell’inquinamento urbano dentro la grande patria della pace anacaprese, tanto aliena dalla pretenziosa e voyeuristica Capri.
Da Torre Materita non giungevano suoni, voci, rumori. Proprietà di settentrionali quasi sempre assenti, pareva disabitata. I pochi contadini e coloni ne occupavano i terrazzamenti più lontani da noi, conducendo una vita tanto laboriosa quanto discreta. Arrivava però improvviso, a zaffate dense da togliere il respiro, un odore singolare. In quanto cittadini digiuni della campagna, ci sembrò all’inizio una puzza misteriosa, ma che poi imparammo a riconoscere, ad accettare, perfino ad apprezzare: l’odore della cacca di vacca.
Solo in seguito, quando conoscemmo Elio ed Erika, contadini erboristi e apicultori della Migliara, imparammo le prodigiose proprietà di quegli escrementi. Se uno soffriva di asma o di altri disturbi respiratori, bastava rinchiuderlo nella stalla e sottoporlo alla prolungata inalazione di quei vapori ricchi di ammoniaca. La guarigione era assicurata, e pure in breve tempo. Anche io e Angela, seppure dotati di respirazione regolare e ben restii alla prova-stalla, cominciammo ad inspirare a pieni polmoni, come zelanti salutisti, quella benefica puzza che i generosi venti locali ci offrivano.
Da Elio ed Erika incontrai, poi, Valentina. Colei che si mostrò subito attirata da me, fin quasi ad innamorarsi. Ma non pensate a male: era soltanto un’altra mucca. La sua fu una passione molto breve: un giorno fu presentata a Furore, un toro dalle prestazioni all’altezza delle aspettative e del prezzo, e da allora non mi degnò più, da dentro al suo recinto, che di qualche raro sguardo svogliato.
Quelli che invece amavano pazzamente me, Angela, e soprattutto la carne del nostro barbecue, erano i gatti della zona. Con in testa Cenerilla, una madre iperprotettiva e furbastra. Al diffondersi delle prime volute di profumo di arrosto, chiamava i figli con un acuto miagolio iterativo. Subito le piccole pesti spuntavano da ogni parte. E quel profumo, intriso di alloro, era davvero irresistibile. (La signora che ci aveva affittato la villetta era figlia di una “maga” e aveva fatto piantare nel giardino i tre alberi canonici dall’influsso benefico: l’ulivo, il mirto e, appunto, l’alloro.)
Cenerilla, per i suoi figli, fregava la pappa al cane dei contadini di Torre Materita. La sua intelligenza amorosa ci si rivelò in tutta la sua potenza quando decidemmo di indagare sul nascondiglio che aveva scelto per i suoi neonati. Un pomeriggio la vedemmo arrivare con in bocca quello che sembrava, a prima vista, un grosso topo. Ma invece era uno dei suoi pargoli, che ci onorò di sistemare nel bagno di servizio, dietro la lavatrice. Poi si affrettò a tornare indietro: evidentemente per portare il secondo. E fu allora che, con passi felpati, atteggiandoci a gatti, sia pure enormi e sgraziati, la seguimmo dentro Torre Materita. Nella zona delle stalle la vedemmo dirigersi cauta ma anche determinata verso una pedana di legno, ricoperta di paglia, rialzata di una diecina di centimetri da terra. E lì sotto, dopo essersi guardata ben bene in giro, si infilò acquattandosi disinvolta e agile. Quale nascondiglio migliore per i suoi piccoli indifesi? Lì stavano al caldo, non visti e, seppure il cane li avesse individuati, non avrebbe potuto che infilarci appena la punta del muso.
Dopo qualche minuto cavò da là sotto un secondo fagottino e, ansimante, seguendo un percorso ormai collaudato, lo portò alla nuova tana, dietro la lavatrice. E così per altre tre volte. La nostra prima prova di famiglia felina allargata.
Quando siamo tornati, dopo alcuni anni, quei gatti ci hanno riconosciuto dal rumore del motore, ancor prima che scendessimo dall’auto. E subito si sono avviati verso la casa, ignari che noi non potevamo entrarci, che non abitavamo più lì. Siamo rimasti al di qua del cancello, incapaci di sostenere lo sguardo attonito. Schierati dall’altra parte, non capivano e chissà cosa pensavano di noi. Poi ci siamo accostati, abbiamo infilato le mani fra le sbarre, abbiamo cercato di indurli ad avvicinarsi e a farsi carezzare. Ma loro rimanevano fermi, composti nella severa dignità, perplessi o perfino addolorati. Ogni tanto inclinavano il capo di lato, la loro maniera di domandare perché mai… Abbiamo proteso ancora di più le mani, agitato le dita per stimolare l’istinto del gioco e della caccia. Ma loro sono rimasti imperterriti, offesi dall’ingenuo tentativo di inganno, lo sguardo ormai più triste che interdetto.
Io e Angela ci siamo detti, con uno scambio veloce di occhiate, la nostra angoscia insopportabile. E siamo risaliti in auto in fretta. In fretta siamo andati via. Senza il coraggio di guardare se i gatti erano usciti dal cancello per un ultimo saluto. A Torre Materita non ci siamo più tornati. Non ci torneremo più.
Tutta Capri ha assunto la tonalità della mestizia, per noi. E Procida è diventata la nostra isola. Lì abbiamo preso casa, fissato la residenza. Ma la casa di Napoli, la casa di Via Toma, non ci si è rassegnata. E lotta per riprendere il predominio, anzi il dominio assoluto.
La sua tattica è ostentare le proprie qualità, sottolineare i difetti della rivale. Così, oppone i suoi ottanta metri quadri, ottimi per una coppia senza figli, agli ottanta metri quadri dell’altra, largamente insufficienti per contenere l’invadenza e la prolificità della famiglia felina. Oppone la propria tranquillità residenziale elegantemente medio-borghese alla tranquillità rozzamente campagnola e contadina della rivale. Oppone la sua dotazione, oltre un muro di cinta, del verde incontaminato e protetto di Villa Lucia e della Floridiana, al precario patrimonio dei campi, sempre a rischio di case abusive, alle spalle della casa di Procida. Procida dove l’attività edilizia non si arresta mai, dove i muratori la notte non dormono.
E infatti una mattina, oltre il giardinetto ed il piccolo orto, mi sembra di scorgere un velo di foschia. Ma non si tratta di un fenomeno naturale. Mi stropiccio gli occhi, guardo meglio e vedo una sagoma rettangolare grigia compatta lunga che cancella dallo sguardo la profondità indefinita dei campi, che uccide l’illusione di una infinita campagna avvolgente. Sagoma banale e perentoria che sembra ben più vicina dei trenta metri che ci dividono.
E so subito che in questo momento qualcuno, anzi qualcuna, gioisce. Gioisce lontano. Ma fin qui posso sentire il suo sorrisetto sardonico, prima sommesso e sincopato come tenue vibrazione, poi non più sorriso, riso invece, anzi sghignazzo protervo, amplificato fino a scomposta sequenza di scosse incontenibili. Rivalsa sull’altra casa: limitata, circondata, assediata infine dal nuovo frutto dell’andazzo abusivista. Ferita e svalutata.
Sa, la casa di Via Toma, che tornerò a lei pronto ad apprezzare di più, adesso, il fondale intatto di Villa Lucia, la sua profondità che rimanda a quella, perfino maggiore, della Floridiana, dietro e oltre.
Non è esagerato se paragono la mia pendolarità fra la casa di Napoli e quella di Procida al barcamenarsi di un marito fra moglie e amante. Dove la.moglie, una moglie paziente che aspetta che il marito si stanchi dell’amante, è la casa di Napoli (almeno, così lei pensa e pretende). Al fedifrago capita, come testimonia una lunga incontrastata tradizione, di confondersi, con grave pericolo di tradirsi: bisbigliare in sogno il nome dell’amante mentre dorme con la moglie; sbagliarsi sul colore di un vestito, sulla foggia di un gioiello, sull’orario di un appuntamento; o ancora, sui cibi preferiti (“Da quando in qua ti piace tanto la lasagna?” – “Ma che dici? Se io ci sono sempre andata pazza!”) o sull’attore dei suoi sogni.
Analogamente, cerco nel primo cassetto in alto, nella casa di Procida, il cavatappi, ma è nella casa di Napoli che sta in quella posizione. O mi meraviglio, svegliandomi, di non trovare gli occhiali sulla mensola alle spalle del cuscino, e ci metto parecchi secondi per rendermi conto che invece sto a Procida dove, dietro il cuscino, non c’è che la testata del letto. O addirittura mi metto a cercare un gatto nella casa di Napoli, che non ha ospiti felini, quand’è a Procida che ne ho ben quindici e mi tocca contarli e fare controlli e bilanci.
E come il marito con amante confonde e fonde le due donne in un’unica compagna ottimale, e anche per questo rimane con il piede in due staffe, non si decide a lasciare l’una per l’altra, così io confondo e fondo le qualità e i pregi delle due case. Mi sembra di aver raggiunto la felicità quando dimentico che sono distinte e separate, a chilometri di distanza, e mi lascio cullare nell’immagine di una terza casa che le riassume e le supera.
Vano tentativo. Subito la casa di Napoli riprende la guerriglia della moglie fedele contro l’amante puttana. E ritorna a sottolineare ogni impiccio, ogni turbamento, ogni guaio che l’altra mi procura.
Ora, mentre apro cauto la porta, sento la casa di Via Toma ancora una volta, come negli ultimi giorni, serena sorniona attendista. Come una grande gatta paziente. Sento che aspetta fiduciosa che l’altra mi espella, definitivamente. Con i logoranti pettegolezzi e dispetti dei vicini, con l’assedio delle case abusive, con il dilagare roboante dei motorini, con il paludoso provincialismo degli indigeni, con l’ostilità verso il forestiero che non si lascia assimilare. Infine, con l’invadenza arrivista dei gatti, sempre più padroni, menefreghisti spavaldi tracotanti, dei quattro vani e giardinetto.

FINE

 
Visitatori: Oggi: Ultimo aggiornamento 01.07.11