I racconti di:

Claudio Cajati

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» L'una e l'altra Floridiana
» Case Mie
» Palazzo Guarracino
» La Montagna di Zucchero
» La Zanzara di Francesco
» Los dorados
» Voci antiche da Terra Murata
» Amaro mare mio
» Il messaggio in bottiglia
» La favola del pesce gatto


Amaro mare mio


E' proprio una beffa, nascere sotto il segno dei Pesci ed avere problemi con il mare. Tu dici: io sono dei Pesci, e subito la gente immagina un essere guizzante che - a dispetto del fatto di essere comunque un umano - si esalta a sguazzare ed a compiere ogni genere di acrobazie nel suo mezzo naturale. Invece io con il mare ho sempre avuto supreme difficoltà. Sin da piccolo, e ancora adesso che vedo la vecchiaia all'orizzonte. Prima di tutto, nuotare. Basti dire che ho imparato tardi, anzi tardissimo. Finalmente libero da mortificanti salvagenti, addirittura a undici anni. (Una vergogna che qui oso confessare solo perché confessarla è una liberazione.) Ma avevo davvero imparato a nuotare? O, piuttosto, soltanto a galleggiare e annaspare nel tentativo di avanzare? Per nuotare sul serio bisogna ritmicamente affondare e tirare fuori dall'acqua la testa. Ebbene, a me è sempre andata male: l'acqua trova comunque la maniera di entrarmi baldanzosa nel naso e di lì colarmi in bocca e in gola. Ho pensato che il mare si diverta, con ogni genere di schizzi, impennate e turbolenze dispettose, a respingermi sulla riva, a bollarmi come animale incorreggibilmente terricolo. I cavalloni, contro cui gli altri giocano a «panciate», con grande divertimento, mi sono sempre apparsi giganteschi mostri bagnati che avanzano determinati a colpirmi, travolgermi, risucchiarmi, infine ingoiarmi. Ma nemmeno rinunciare al nuoto ha potuto riconciliarmi con il mezzo marino. Anche soltanto camminarvi si è rivelato un tormento: granchietti in vena di improvvise sortite dal fondo sabbioso; meduse alla deriva desiderose di ribadire il loro potere urticante; alghe viscide come tappeti ripugnanti pronti ad avvilupparsi attorno alle caviglie; per non parlare degli apporti liquidi di coloro che usano il mare come latrina di emergenza.

Non mi soffermerò sul supplizio dell'entrata in acqua. Perfino dopo molte ore di radiazione solare, a fine giornata, io la sento gelata, ostile ai piedi mandati timidamente in avanscoperta. Per cui il rito si prolunga per un numero interminabile di minuti, fra la perplessità o addirittura il sarcasmo degli astanti. Né mi soffermerò sullo schifo del catrame che mi si incolla sotto le piante dei piedi, quale ulteriore beffa per il maldestro bagnante, paradossale mortificazione dell'ovvia aspirazione all'igiene. Ma il mare con me ha fatto anche di più. E' stato anche ladro. Una volta mi ha fregato gli occhiali. (E che occhiali! Non vi dico quanto li avevo pagati… insomma una cifra.) Leggerissimi, addirittura solo quattro grammi fra lenti e montatura. Ed è stata proprio questa leggerezza a farsi complice del furto. Sono entrato in acqua senza nemmeno accorgermi di averli sul naso. Ho fatto una calata in acqua - con il naso chiuso, naturalmente. Quando, tornato a riva, mi sono finalmente reso conto che ero entrato in acqua con gli occhiali e che non li avevo più, era troppo tardi. Il fondo sabbioso li aveva ormai tirati giù e abilmente occultati. Dovevo essere davvero goffo e ridicolo, curvato per tanto tempo sull'acqua a cercare quel che era perduto. Con queste premesse e con l'apporto decisivo di una sorte beffarda, non potevo evitare di andare a vivere a Procida. Un'isola talmente piccola che il mare la stringe e assedia sempre da vicino. Una situazione che già allude ad un potenziale sequestro. Sequestro che regolarmente si riproduce ogni anno a causa del vento: un mare talmente grosso che non possono partire né aliscafi né traghetti. Hai voglia ad avere impegni inderogabili, affari d'oro o appuntamenti con femmine di lusso. Niente da fare, il mare non perdona. Prima che si calmi, possono passare addirittura giorni. Quella volta, anche se a Napoli non avevo da fare niente di drammaticamente urgente o di straordinariamente appetibile, mi intestardii: non dovevo dargliela vinta. Così presi a volo un peschereccio che, per necessità superiore, aveva fatto scalo a Procida nella sua rotta per Ischia. Già, Ischia, la cugina privilegiata, collegata a Napoli molto meglio di Procida. Lì, pensai, l'avrei trovato sicuramente un battello di marinai coraggiosi e determinati che mi avrebbe permesso di trionfare sull'arroganza delle onde. E di rifugiarmi infine fra le braccia salde della mia bella Napoli. Non sto a farvela lunga: feci la ronda lungo tutta la banchina di Porto d'Ischia, mi spostai perfino a Casamicciola nella speranza di intercettare qualche altra opportunità. Ma solo a pomeriggio inoltrato riuscii a imbarcarmi: una sgangherata carretta, gremita di pendolari incacchiati. Stipati quasi fossimo poveri extracomunitari in fuga verso un'ipotetica salvezza. Un viaggio lunghissimo in balia delle onde, sempre sull'orlo del vomito. Arrivammo al Beverello intorno alle 18, nientemeno. La mia giornata era stata questo: una strana angosciosa gita ad Ischia. Una variante di sequestro, distillato fra illusioni e delusioni, in uno stillicidio insulso. Ahi, amaro mare mio !

FINE

 
Visitatori: Oggi: Ultimo aggiornamento 01.07.11