|
Biografia
Contatti
Indice Artisti
»
L'una e l'altra Floridiana
»
Case Mie
»
Palazzo Guarracino
»
La Montagna di Zucchero
»
La Zanzara di Francesco
»
Los dorados
»
Voci antiche da Terra Murata
»
Amaro mare mio
»
Il messaggio in bottiglia
»
La favola del pesce gatto |
|
Amaro mare mio
E' proprio una beffa, nascere sotto il segno dei
Pesci ed avere problemi con il mare. Tu dici: io
sono dei Pesci, e subito la gente immagina un
essere guizzante che - a dispetto del fatto di
essere comunque un umano - si esalta a sguazzare
ed a compiere ogni genere di acrobazie nel suo
mezzo naturale. Invece io con il mare ho sempre
avuto supreme difficoltà. Sin da piccolo, e
ancora adesso che vedo la vecchiaia
all'orizzonte. Prima di tutto, nuotare. Basti
dire che ho imparato tardi, anzi tardissimo.
Finalmente libero da mortificanti salvagenti,
addirittura a undici anni. (Una vergogna che qui
oso confessare solo perché confessarla è una
liberazione.) Ma avevo davvero imparato a
nuotare? O, piuttosto, soltanto a galleggiare e
annaspare nel tentativo di avanzare? Per nuotare
sul serio bisogna ritmicamente affondare e
tirare fuori dall'acqua la testa. Ebbene, a me è
sempre andata male: l'acqua trova comunque la
maniera di entrarmi baldanzosa nel naso e di lì
colarmi in bocca e in gola. Ho pensato che il
mare si diverta, con ogni genere di schizzi,
impennate e turbolenze dispettose, a respingermi
sulla riva, a bollarmi come animale
incorreggibilmente terricolo. I cavalloni,
contro cui gli altri giocano a «panciate», con
grande divertimento, mi sono sempre apparsi
giganteschi mostri bagnati che avanzano
determinati a colpirmi, travolgermi,
risucchiarmi, infine ingoiarmi. Ma nemmeno
rinunciare al nuoto ha potuto riconciliarmi con
il mezzo marino. Anche soltanto camminarvi si è
rivelato un tormento: granchietti in vena di
improvvise sortite dal fondo sabbioso; meduse
alla deriva desiderose di ribadire il loro
potere urticante; alghe viscide come tappeti
ripugnanti pronti ad avvilupparsi attorno alle
caviglie; per non parlare degli apporti liquidi
di coloro che usano il mare come latrina di
emergenza.
Non mi soffermerò sul supplizio dell'entrata in
acqua. Perfino dopo molte ore di radiazione
solare, a fine giornata, io la sento gelata,
ostile ai piedi mandati timidamente in
avanscoperta. Per cui il rito si prolunga per un
numero interminabile di minuti, fra la
perplessità o addirittura il sarcasmo degli
astanti. Né mi soffermerò sullo schifo del
catrame che mi si incolla sotto le piante dei
piedi, quale ulteriore beffa per il maldestro
bagnante, paradossale mortificazione dell'ovvia
aspirazione all'igiene. Ma il mare con me ha
fatto anche di più. E' stato anche ladro. Una
volta mi ha fregato gli occhiali. (E che
occhiali! Non vi dico quanto li avevo pagati…
insomma una cifra.) Leggerissimi, addirittura
solo quattro grammi fra lenti e montatura. Ed è
stata proprio questa leggerezza a farsi complice
del furto. Sono entrato in acqua senza nemmeno
accorgermi di averli sul naso. Ho fatto una
calata in acqua - con il naso chiuso,
naturalmente. Quando, tornato a riva, mi sono
finalmente reso conto che ero entrato in acqua
con gli occhiali e che non li avevo più, era
troppo tardi. Il fondo sabbioso li aveva ormai
tirati giù e abilmente occultati. Dovevo essere
davvero goffo e ridicolo, curvato per tanto
tempo sull'acqua a cercare quel che era perduto.
Con queste premesse e con l'apporto decisivo di
una sorte beffarda, non potevo evitare di andare
a vivere a Procida. Un'isola talmente piccola
che il mare la stringe e assedia sempre da
vicino. Una situazione che già allude ad un
potenziale sequestro. Sequestro che regolarmente
si riproduce ogni anno a causa del vento: un
mare talmente grosso che non possono partire né
aliscafi né traghetti. Hai voglia ad avere
impegni inderogabili, affari d'oro o
appuntamenti con femmine di lusso. Niente da
fare, il mare non perdona. Prima che si calmi,
possono passare addirittura giorni. Quella
volta, anche se a Napoli non avevo da fare
niente di drammaticamente urgente o di
straordinariamente appetibile, mi intestardii:
non dovevo dargliela vinta. Così presi a volo un
peschereccio che, per necessità superiore, aveva
fatto scalo a Procida nella sua rotta per
Ischia. Già, Ischia, la cugina privilegiata,
collegata a Napoli molto meglio di Procida. Lì,
pensai, l'avrei trovato sicuramente un battello
di marinai coraggiosi e determinati che mi
avrebbe permesso di trionfare sull'arroganza
delle onde. E di rifugiarmi infine fra le
braccia salde della mia bella Napoli. Non sto a
farvela lunga: feci la ronda lungo tutta la
banchina di Porto d'Ischia, mi spostai perfino a
Casamicciola nella speranza di intercettare
qualche altra opportunità. Ma solo a pomeriggio
inoltrato riuscii a imbarcarmi: una sgangherata
carretta, gremita di pendolari incacchiati.
Stipati quasi fossimo poveri extracomunitari in
fuga verso un'ipotetica salvezza. Un viaggio
lunghissimo in balia delle onde, sempre
sull'orlo del vomito. Arrivammo al Beverello
intorno alle 18, nientemeno. La mia giornata era
stata questo: una strana angosciosa gita ad
Ischia. Una variante di sequestro, distillato
fra illusioni e delusioni, in uno stillicidio
insulso. Ahi, amaro mare mio !
FINE
|
|