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La favola del pesce gatto |
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La
Montagna di Zucchero
Il sindaco portò la tazzina fumante alla bocca
stanca di parlare. Fece un sorso prima che il
segretario potesse fermarlo. “Ma è amaro!”
protestò. E dopo una mattinata così, fra
disoccupati, progetti per Bagnoli, misure per
Secondigliano e attacchi dell’opposizione, pure
il caffé amaro... era proprio troppo!
Il segretario si avvicinò mortificato,
premuroso, rassicurante. Si affrettò a dire:
“Manca lo zucchero, ma ho mandato a prenderlo a
Piazza Plebiscito”.
Il sindaco lo guardò fra perplesso e ironico: “A
Piazza Plebiscito? E che, non ci sta un negozio
più vicino?”
Il segretario gli lanciò uno sguardo allusivo.
“Vi state dimenticando la Montagna...” osò
suggerire.
“La montagna?” chiese il sindaco, quasi
irritato. “Ma quale montagna... e che c’entrano
le montagne?”
“Come, la Montagna di Zucchero!”
“Ah già, la Montagna di Zucchero... Sì, ma che
c’entra con il mio caffè?”
“Beh, c’entra, perché anche noi andiamo a
prendere lo zucchero lì...”
“A togliere lo zucchero dalla Montagna? A
rovinare un’opera d’arte, che il popolo ci tiene
tanto? Ma siete impazziti?!”
“Se volete il caffé zuccherato, non c’è altro
modo...”
“E che, non lo sapete comprare in un negozio?”
“Nei negozi non ce n’è più. E’ finito tutto,
proprio per completare la Montagna. Ho detto che
andiamo anche noi a prenderlo lì, perché ormai
ci sta andando il popolo, da ogni parte della
città.”
“Ma mi stanno distruggendo un capolavoro! E poi
chi lo sente Palluccino, quello ci ha messo un
mese per progettare quella Montagna!” Il sindaco
assunse un aspetto stoico: afferrò la tazza del
caffé e lo trangugiò in un sorso solo. “Il caffé
si può bere anche amaro” affermò con trionfale
severità.
“Ma al popolo piace dolce, molto dolce...”.
Per tutta risposta il sindaco corse verso
l’attaccapanni, indossò il soprabito e comandò:
“Subito a Piazza Plebiscito. Dobbiamo fermarli”.
In piazza accorreva gente da via Toledo e da
Monte Echia, da via Chiaia e dai Cavalli di
Bronzo. Scorsero da lontano la gigantesca sagoma
della Montagna: non era più precisamente
piramidale. La larga base era profondamente
erosa, e il tutto stava quasi assumendo la
sagoma di una punta di freccia. Però quella
punta era spuntita. Al posto della cuspide, man
mano che si avvicinavano, individuarono dei
ragazzi: ne avevano ricavata una piccola
piattaforma da cui lanciarsi giù per l’erto
profilo, e lungo il percorso grattare con la
mano una manciata di zucchero. Vinceva chi ne
raccoglieva di più.
Ma era alla base che il fervore di iniziative
era più intenso. Ogni genere di pentole secchi
boccacci scatoli venivano riempiti della
preziosa polvere, e non mancavano ovviamente
spintoni e litigi. Già erano spuntati dei
bancarielli da cui si alzavano voci allettanti e
allegre: “A vit’è amara: chi vò ’o zucchero?”
oppure “‘O ddoce cchiù doce sta ‘ccà: ‘o
zucchero pe’ v’arricrià” o ancora “‘O zucchero è
commo ‘a femmena: senza nun se pò campà”.
Qualche ambulante aveva sostituito le solite
pizzette di strada con le graffe, che andavano a
ruba, e si potevano vedere signori e signore,
vecchi e giovani, con i musi golosi tutti fatti
di zucchero, dal mento fino al naso.
C’era chi si era portato la tazzina di caffè,
completa di cucchiaino, addirittura sotto al
monumento, come se non potesse aspettare un
secondo di più; chi addirittura aveva versato il
caffè sulla Montagna (c’era un’intenzione
estetica? Se sì, si trattava di opera d’arte
effimera, visto che il dolcissimo impasto veniva
subito leccato con voluttà).
Circolava anche qualche brutto figuro e qualche
faccia allucinata, e non era esagerato supporre
che si trattasse di spacciatori e drogati che
trovavano lì, in mezzo alla confusione generale,
il posto più adatto per il loro traffico di
altre polverine bianche: le dosi che magari
venivano occultate temporaneamente proprio sulla
superficie altrettanto nivea del monumento.
Intanto la Montagna continuava a cambiare forma;
assumeva una siluetta sempre più ardita e
inaspettata. Il sindaco pensò che quella era la
vera arte di fine millennio, l’arte della totale
partecipazione. E che Palluccino, il freddo e
sofisticato artista, era stato sconfitto: il
popolo spontaneo ed estroverso era molto più
artista di lui. Protese la mano destra in un
gesto di saluto e quasi di benedizione, e
cominciò solenne: “Cittadine, cittadini...”. Ma
fu subito interrotto. Dal popolo in tripudio si
levò, secco come una schioppettata, un grido
entusiastico e riconoscente: “Sinnaco, si nu
zucchero!”.
FINE
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