I racconti di:

Claudio Cajati

Biografia

Contatti

Indice Artisti

Indice racconti

» L'una e l'altra Floridiana
» Case Mie
» Palazzo Guarracino
» La Montagna di Zucchero
» La Zanzara di Francesco
» Los dorados
» Voci antiche da Terra Murata
» Amaro mare mio
» Il messaggio in bottiglia
» La favola del pesce gatto


La Montagna di Zucchero


Il sindaco portò la tazzina fumante alla bocca stanca di parlare. Fece un sorso prima che il segretario potesse fermarlo. “Ma è amaro!” protestò. E dopo una mattinata così, fra disoccupati, progetti per Bagnoli, misure per Secondigliano e attacchi dell’opposizione, pure il caffé amaro... era proprio troppo!
Il segretario si avvicinò mortificato, premuroso, rassicurante. Si affrettò a dire: “Manca lo zucchero, ma ho mandato a prenderlo a Piazza Plebiscito”.
Il sindaco lo guardò fra perplesso e ironico: “A Piazza Plebiscito? E che, non ci sta un negozio più vicino?”
Il segretario gli lanciò uno sguardo allusivo. “Vi state dimenticando la Montagna...” osò suggerire.
“La montagna?” chiese il sindaco, quasi irritato. “Ma quale montagna... e che c’entrano le montagne?”
“Come, la Montagna di Zucchero!”
“Ah già, la Montagna di Zucchero... Sì, ma che c’entra con il mio caffè?”
“Beh, c’entra, perché anche noi andiamo a prendere lo zucchero lì...”
“A togliere lo zucchero dalla Montagna? A rovinare un’opera d’arte, che il popolo ci tiene tanto? Ma siete impazziti?!”
“Se volete il caffé zuccherato, non c’è altro modo...”
“E che, non lo sapete comprare in un negozio?”
“Nei negozi non ce n’è più. E’ finito tutto, proprio per completare la Montagna. Ho detto che andiamo anche noi a prenderlo lì, perché ormai ci sta andando il popolo, da ogni parte della città.”
“Ma mi stanno distruggendo un capolavoro! E poi chi lo sente Palluccino, quello ci ha messo un mese per progettare quella Montagna!” Il sindaco assunse un aspetto stoico: afferrò la tazza del caffé e lo trangugiò in un sorso solo. “Il caffé si può bere anche amaro” affermò con trionfale severità.
“Ma al popolo piace dolce, molto dolce...”.
Per tutta risposta il sindaco corse verso l’attaccapanni, indossò il soprabito e comandò: “Subito a Piazza Plebiscito. Dobbiamo fermarli”.
In piazza accorreva gente da via Toledo e da Monte Echia, da via Chiaia e dai Cavalli di Bronzo. Scorsero da lontano la gigantesca sagoma della Montagna: non era più precisamente piramidale. La larga base era profondamente erosa, e il tutto stava quasi assumendo la sagoma di una punta di freccia. Però quella punta era spuntita. Al posto della cuspide, man mano che si avvicinavano, individuarono dei ragazzi: ne avevano ricavata una piccola piattaforma da cui lanciarsi giù per l’erto profilo, e lungo il percorso grattare con la mano una manciata di zucchero. Vinceva chi ne raccoglieva di più.
Ma era alla base che il fervore di iniziative era più intenso. Ogni genere di pentole secchi boccacci scatoli venivano riempiti della preziosa polvere, e non mancavano ovviamente spintoni e litigi. Già erano spuntati dei bancarielli da cui si alzavano voci allettanti e allegre: “A vit’è amara: chi vò ’o zucchero?” oppure “‘O ddoce cchiù doce sta ‘ccà: ‘o zucchero pe’ v’arricrià” o ancora “‘O zucchero è commo ‘a femmena: senza nun se pò campà”.
Qualche ambulante aveva sostituito le solite pizzette di strada con le graffe, che andavano a ruba, e si potevano vedere signori e signore, vecchi e giovani, con i musi golosi tutti fatti di zucchero, dal mento fino al naso.
C’era chi si era portato la tazzina di caffè, completa di cucchiaino, addirittura sotto al monumento, come se non potesse aspettare un secondo di più; chi addirittura aveva versato il caffè sulla Montagna (c’era un’intenzione estetica? Se sì, si trattava di opera d’arte effimera, visto che il dolcissimo impasto veniva subito leccato con voluttà).
Circolava anche qualche brutto figuro e qualche faccia allucinata, e non era esagerato supporre che si trattasse di spacciatori e drogati che trovavano lì, in mezzo alla confusione generale, il posto più adatto per il loro traffico di altre polverine bianche: le dosi che magari venivano occultate temporaneamente proprio sulla superficie altrettanto nivea del monumento.
Intanto la Montagna continuava a cambiare forma; assumeva una siluetta sempre più ardita e inaspettata. Il sindaco pensò che quella era la vera arte di fine millennio, l’arte della totale partecipazione. E che Palluccino, il freddo e sofisticato artista, era stato sconfitto: il popolo spontaneo ed estroverso era molto più artista di lui. Protese la mano destra in un gesto di saluto e quasi di benedizione, e cominciò solenne: “Cittadine, cittadini...”. Ma fu subito interrotto. Dal popolo in tripudio si levò, secco come una schioppettata, un grido entusiastico e riconoscente: “Sinnaco, si nu zucchero!”.

FINE

 
Visitatori: Oggi: Ultimo aggiornamento 01.07.11